mercoledì 28 dicembre 2016

Corse in slitta

Con Maria Antonietta le corse in slitta tornarono in auge e divennero una vera e propria mania a corte, come la stessa Madame Campan ci racconta nelle sue memorie. Ma la Campan non è l' unica che ci ha tramandato il ricordo di questi innocenti divertimenti. Lo stesso Principe De Ligne scriveva:

"Ho partecipato alla prima corsa in slitta organizzata a Parigi durante la quale rovesciai in un fosso del Boulevard Neuf la duchessa di Mazzarino".
Una splendida fotografia di Versailles sotto la neve
In una lettera di Mara Antoinetta all’Imperatrice datata 14 gennaio 1776 si può leggere:
"Abbiamo avuto una copiosa quantità di neve che non se ne vedeva così tanta da molti anni; si va in slitta come a Vienna. Ci siamo stati ieri qui, e oggi hanno fatto una grande corsa a Parigi. Mi avrebbe fatto piacere poterci andare, ma siccome non vi è mai stato vista una regina, mi avrebbero fatto i conti, e ho preferito rinunciarvi, piuttosto che essere scocciata da nuove storie ”.

Come spesso accadeva però, Maria Antonietta non raccontava sempre la verità alla madre. Dalla lettera di Mercy all’Imperatrice datata 28 febbraio 1776 emerge un' altra versione:

“Il freddo eccessivo non ha impedito a Sua Maestà di fare molte corse in slitta, delle quali alcune si sono svolte nel parco e nei dintorni di Versailles e qualche altra al Bois de Boulogne. Ad una di queste corse la Regina è arrivata fino i boulevards di Parigi e ha anche attraversato molte strade della città. In queste occasioni dove il terreno coperto dal ghiaccio era molto scivoloso, si sarebbero potute verificare cadute frequenti e pericolose; la Regina, per bontà e umanità, non ha voluto essere seguita dalle sue guardie, né dal numero ordinario del servizio a cavallo; nonostante ciò, questo atto di bontà non è stato generalmente acclamato; il pubblico, senza riflettere sul motivo e abituato a vedere i suoi sovrani sempre circondati da un corteo fastoso, ha trovato che la Regina si mostrava con un seguito troppo inferiore alla sua grandezza e alla sua dignità”.

lunedì 19 dicembre 2016

La nascita di Madame Royale

Particolare del dipinto di Joseph Caraud -
Marie Antoinette et sa fille Madame Royale (1870)
Herrenchiemsee (Foto di Jessica Armanelli)
Contrariamente a quanto si legge in molte biografie di Maria Antonietta, riguardo alla sua stoica resistenza al dolore al momento della nascita di Madame Royale, c'è la testimonianza della giovane Marie-Angélique de Mackau, da poco Marchesa di Bombelles, che assistette all'evento. La ragazza, dama del seguito di Madame Elisabeth, scrive al marito ambasciatore a Ratisbona, una lettera dove racconta in toni vibranti la nascita della principessina Marie-Thérèse Charlotte:
"Versailles, 20 Dicembre 1778
Dopo il grande evento che è appena avvenuto, gattino mio, sono stata così stravolta che non ti ho potuto scrivere nemmeno una parolina. Spero che tu l'abbia saputo fra i primi. Siamo abbastanza afflitti di avere una bambina, ma speriamo che la Regina faccia meglio l'anno prossimo. Sai che è stata molto male, dopo aver partorito? Il sangue le è salito alla testa prima che le ultime fasi del parto si fossero concluse. Vermond l'ha fatta salassare al piede, cosa che ha rimesso tutto a posto, ma penso che sarebbe morta se fosse stata salassata anche solo due minuti più tardi. Si dice che sia molto raro che quando ad una donna capita una cosa simile, riesca poi a sopravvivere. Questo pensiero fa venire i brividi. Ora sta bene, ha dormito otto ore questa notte ed è perfettamente tranquilla. Ho passato la scorsa notte in bianco: mi hanno svegliata alle tre di notte; sono stata nel salone da gioco (il salone della Pace) dove era raccolta tutta la corte; ci hanno fatto entrare nella camera nel momento delle doglie espulsive, di modo che l'ho vista partorire. Ti assicuro che in quel momento ho reso grazia a Dio di non essere incinta. Non posso renderti l'idea dell'effetto che mi ha fatto. Ho pensato di avere un malore sentendola urlare. Ha partorito a mezzogiorno. Nel primo pomeriggio tutti quanti hanno avuto notizia dell'evento; la sera c'è stato un fuoco d'artificio sulla piazza d'armi, bellissimo. Ho dormito di tutto cuore questa notte, perchè ero distrutta dal sonno. (...)".
Fa un certo effetto pensare che la povera Marie-Angélique morirà proprio di parto a soli 38 anni, dando alla luce il suo settimo figlio (anch'esso non sopravvissuto alla nascita).

sabato 17 dicembre 2016

Il Tè

La marchesa di Montesson, la marchesa di Crest e la contessa di Damas bevono
il tè -  Carmontelle
La bevanda più elegante che si possa gustare arrivò tardi in Europa, alla fine del XVI secolo, anche se alcuni viaggiatori ne avevano già fatto menzione nei loro scritti. La vendita del tè a tazze o a bricchi si iniziò nei caffè di Venezia nel 1599. Undici anni dopo, per merito della Compagnia Olandese delle Indie, il tè fu importato anche in altri paesi europei. Le foglioline che si compravano a caro prezzo dallo speziale erano considerate un medicinale grazie alle loro proprietà lassative. Ci volle ancora qualche decennio perché questa bevanda iniziasse la sua incredibile ascesa. Il 3 settembre del 1658 sul settimanale "Mercurius politicus" un annuncio pubblicitario comunicava ai lettori che nella Sultaness Head Coffee House, presso il Royal Exchange di Londra, veniva servita "una nuova bevanda cinese, approvata da tutti i medici, che i cinesi chiamano Tcha e altre nazioni Tay, vale a dire Tea". Pochi anni dopo, nel 1662 Caterina di Braganza, moglie di Carlo II, ne diffuse la moda a corte.

Come tutte le novità anche il tè incontrò molte resistenze. Vi fu persino chi, come Jonas Hanway, sosteneva che, bevendolo, gli uomini perdessero la statura e le donne l'avvenenza. Samuel Johnson si descriveva invece come un "bevitore di tè inveterato e senza pudori, che per vent'anni ha annaffiato i suoi pasti unicamente con l'infuso dell'affascinante pianta, che con il tè ha dato il benvenuto al mattino".

giovedì 15 dicembre 2016

Marion della Rosa

Capo giardiniere dei giardini del Petit Trianon e del parco di Versailles dal 1982, Alain Baraton ha scritto diversi libri sui giardini e le piante di Versailles. "Il giardiniere di Versailles", edito nel 2015, è stato tradotto in italiano e lo consiglio caldamente a chi vuole apprendere aneddoti mai sentiti sulla reggia, i suoi abitanti e i suoi giardini da Luigi XIV ai giorni nostri. 

Tra le tante curiosità relative a Maria Antonietta c'è la storia di Marion che riporto qui integralmente:

"Tra la vittime innocenti si trovano i nomi di Marion e Jean de l'Eau: fanno parte dei 'Racconti e leggende del Trianon'. Marion era la figlia di uno dei giradinieri del parco e la regina le si era affezionata. Se Maria Antonietta qualche volta viene presentata come tirannica e spendacciona, il suo amore per i bambini non è mai stato messo in dubbio. La piccola doveva avere dodici anni alla vigilia della Rivoluzione. I bambini a quell'epoca lavoravano e Marion aveva il compito di tagliare le rose e confezionare mazzi per la regina... Né lei né Marion mancavano mai al loro appuntamento quotidiano. Si racconta anche che, all'inizio della Rivoluzione, nella breve stagione della monarchia costituzionale, Maria Antonietta avesse pianto sentendo l'adolescente intonare canti rivoluzionari. Il dettaglio probabilmente non è storico, ma rende la storia tanto più bella!...Toccò poi a Marion singhiozzare quando portarono via la sua regina e fata madrina. Non fu certo la sola ad essere triste. Jean de l'Eau, chiamato così perchè tra i suoi compiti c'era quello di andare a Ville-d'Avray a prendere l'acqua di sorgente per sua maestà, dovette arruolarsi nell'esercito per difendere la Rivoluzione minacciata alle frontiere. Condannato ad abbandonare Marion, che segretamente amava, Jean dell'Acqua si separò da Marion della Rosa.


Fleur de lys

Narra una leggenda che Luigi VII, vedendo dopo una battaglia vittoriosa degli iris fioriti in un campo, decise di farne l'emblema del suo regno. 

Particolare del ritratto di Maria Antonietta di Jean Baptiste Gautuer Dagoty in cui è visibile sul manto regale l'emblema
del regno di Francia
Fiore simmetrico, la sua struttura è il tre: tre petali interni eretti, tre petali esterni ricadenti. Fu chiamato fleur de Louis per essere poi confuso, a causa dell'assonanza delle due parole, con il fleur-de-lys, il fiore del giglio: così nel Medioevo si cominciò a considerare come fiore simbolo della monarchia francese non l'iris, ma il giglio. Lo stesso errore fu commesso con l'emblema di Firenze dove tuttavia ogni anno, sotto il piazzale Michelangelo, viene aperto al pubblico il giardino dell'iris: ve ne fioriscono vari tipi e di tutti i colori. Il fatto che l'iris sia l'autentico fiore della città medicea lo attesta anche il suo nome botanico, Iris florentina

domenica 11 dicembre 2016

La pittrice della regina

Madame Vigée Le Brun a 16 anni in un autoritratto a pastello
Maria Antonietta non era un soggetto facile da ritrarre. Molti pittori si erano cimentati nell'impresa ma furono davvero in pochi a coglierne la vera essenza. Fu la giovane Elisabeth Vigée Le Brun la sola che probabilmente riuscì a trasferire su tela la soprendente freschezza e il fascino evanescente di una donna che non era bella nel senso che diamo noi a questa parola ma in un certo senso semplimente graziosa e dotata di una allure che sfidava ogni critica.
La pittrice vedeva la regina con gli occhi acritici del pittore di corte, la cui carriera dipendeva dai favori di una donna che desiderava essere immortalata più come regina della moda che come regina di Francia. Tuttavia fu la sola che riuscì a minimizzarne i difetti dando il massimo rilievo ai pregi, come nel delizioso ritratto con la rosa, che mette in evidenza le bellissime mani.

Coetanea di Maria Antonietta e dal talento precoce, Madame Vigée Le Brun era la figlia di un pittore poco noto e di una parrucchiera. Aveva sposato a 20 anni un collega pittore, Jean-Baptiste Le Brun, donnaiolo e con il vizio del gioco, che sfrutterà la carriera e la celebrità della moglie. Al tempo stesso però, Monsieur Le Brun era un ottimo mercante d'arte e sua moglie ne trarrà beneficio per la sua professione. Da questo matrimonio che finirà presto, nacque un'unica figlia, l'amatissima Jeanne-Julie-Louise. Nemmeno durante la gravidanza Elisabeth lascerà i pennelli; si dice che solo durante il travaglio smise di lavorare.

giovedì 8 dicembre 2016

La frutta Martorana

La frutta "Martorana" è un dolce tipico siciliano realizzato con la pasta di mandorle. Il nome deriva dalla chiesa di Santa Maria della Martorana, fatta costruire nel 1143 da Giorgio d’Antiochia, nei pressi del vicino monastero benedettino, fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana nel 1194.

La frutta Martorana

mercoledì 7 dicembre 2016

Les Chaussons de la Belle

Chi non ha presente la vispa e piccante damina del celebre dipinto di Fragonard, che perde graziosamente una delle sue scarpette dall'altalena?
Quelle scarpette così ben immortalate dal pittore sono spesso visibili in tanti altri dipinti dell'epoca. Si chiamavano mules e furono lanciate, si dice, da una delle tante favorite di Luigi XV, la duchessa de Châteauroux, sponsorizzate si direbbe oggi. Chiuse nella parte anteriore ma lasciate scoperte nella parte del calcagno, le mules, che avevano l'aspetto di eleganti pantofole, potevano essere con o senza tacco e venivano indossate anche nei mesi invernali.

Queste calzature tornano a rivivere oggi grazie ad una collezione made in Italy, "Les Chaussons de la Belle", rigorosamente realizzata a mano; ispirata alla sofisticata, voluttuosa estetica del Settecento ma allo stesso tempo modernissima e attuale. Una collezione raffinata, sensuale e libertina di objets de désir dedicata ad un tipo di donna colta, intelligente e femminile.

domenica 4 dicembre 2016

Biscotti di Natale

Particolare del guazzo di Maria Cristina che rappresenta il giorno di San Nicolò.
Maria Antonietta mostra felice la bambola ricevuta in dono mentre il fratellino
Massimiliano mangia i biscotti
Nel celebre guazzo realizzato dall'arciduchessa Maria Cristina, rappresentante il giorno di San Nicolò (qui a fianco in un particolare), si notano in terra dei biscotti tipici delle festività natalizie: i Linzeraugen e i biscotti pan di zenzero. I primi sono una derivazione della Linzer Torte (torta di Linz), in tedesco Linzerauge significa "occhi di Linz". 

La ricetta della Linzer torte è quella più antica al mondo e i biscotti sono la versione ridotta di tale torta; si ottengono tagliando un cerchio di un impasto simile a quello della torta, ricoprendolo di marmellata (preferibilmente di ribes), piazzando un altro tondo di pasta in cima, questa volta a forma di ciambella con un buco al centro dell'impasto e spolverando poi con dello zucchero a velo.

I biscotti pan di zenzero (ginger-bread)  si possono facilmente trovare ancora oggi nei mercatini di Natale e nelle più svariate forme; a forma di omino, a forma di San Nicola, a forma di cuore, a forma di stella. Molto antichi e documentati già in epoca elisabettiana, venivano realizzati nei conventi e potevano essere acquistati dallo speziale. Ricchi infatti di spezie, come appunto lo zenzero, la cannella e i chiodi di garofano, la loro funzione era digestiva ma soprattutto energetica, un aiuto per sopportare meglio il freddo, non per niente sono biscotti tipici dei paesi nordici.

lunedì 28 novembre 2016

La morte dell'imperatrice Maria Teresa

Maria Teresa in abiti vedovili accanto all'effige del marito. Hofburg di Innsbruck
"Vienna, 3 novembre 1780

Signora figlia mia diletta, ieri sono stata tutto il giorno più in Francia che in Austria, ricapitolando il bel tempo andato, che ormai è davvero lontano. Sono molto contenta che intendiate riprendere la vostra vita di rappresentanza a Versailles: ne conosco il tedio e anche il gran vuoto; ma, credetemi, se viene trascurata, gli inconvenienti che ne derivano sono assai più pesanti dei minimi incomodi che essa comporta. Sono molto preoccupata per Marianna, che ha forti dolori allo stomaco dovuti alla sua terribile conformazione. Mi addolora vederla soffrire, anche perché il coraggio che ben le conoscete comincia ad abbandonarla. Da quattro settimane io soffro di un reumatismo al braccio sinistro, ed è questa la ragione per la quale vi scrivo in modo ancor meno chiaro del solito. Anzi sono costretta a chiudere qui, assicurandovi tutto il mio profondo affetto."

Questa lettera fu l'ultima missiva che l'imperatrice Maria Teresa scrisse a Maria Antonietta. 
Maria Teresa morirà 26 giorni dopo, il 29 novembre alle 9 di sera. Le sarà accanto il figlio Giuseppe. Poco prima di morire l'imperatrice rifiuterà gli abituali sedativi, dicendo: "Quando, da un momento all'altro, verrò chiamata davanti al mio Giudice, temo di addormentarmi. Non voglio essere colta alla sprovvista. Voglio vedere la morte in faccia".

domenica 27 novembre 2016

Color "bruno di mummia"

La profanazione delle tombe dei reali a Saint-Denis -
Hubert Robert, Musée Carnavalet
I corpi furono gettati in due grandi fosse e lì rimasero per 23 anni.
Il 24 aprile 1816, su ordine di re Luigi XVIII, i resti
di tutte le tombe violate saranno riesumati per essere trasferiti a Saint-Denis
Tra il 6 agosto e il 25 ottobre 1793, le tombe reali e principesche furono profanate. 
I corpi di più di 150 persone furono gettati in due fosse comuni nel vecchio cimitero dei monaci a nord della basilica di Saint-Denis.
In totale i rivoluzionari gettarono in fosse comuni: 
- 43 re
- 32 regine
- 63 principi del sangue 
- 10 servitori del regno 
- molti grandi abati di Saint-Denis.

Le preziose teche contenenti i cuori dei reali, finirono nelle mani di un architetto, Petit-Badel, che le vendette a due amici pittori Alexandre Pau de Saint-Martin e Martin Drolling. 

Ma a che cosa potevano servire dei cuori mummificati a due pittori?

giovedì 24 novembre 2016

Josef Hauzinger

Questo dipinto, opera di Josef Hauzinger, rappresenta l'arciduca Massimiliano Francesco, il fratello minore di Maria Antonietta, ricevuto dalla sorella e dal cognato Luigi XVI nel febbraio del 1775.
L'opera, postuma all'avvenimento, fu realizzata nel 1778 su commissione di Maria Teresa per la residenza di Schloss Hof.

Situato ad est di Vienna sulla Morava, alla frontiera con l'Ungheria (oggi con la Slovacchia), Schloss Hof apparteneva un tempo al principe Eugenio di Savoia. Acquistato nel 1755 da Maria Teresa per il consorte, l'imperatore Francesco Stefano, il castello divenne proprietà privata di Maria Teresa quando rimase vedova. Nel 1773 Schloss Hof subì dei lavori per potervi ospitare la sovrana che scelse un appartamento comprendente quattro vani principali e tre secondari. In una di queste stanze, l'imperatrice volle riunire, nel 1776, dei ritratti di famiglia rappresentanti i figli regnanti in Italia con le loro rispettive famiglie: Pietro Leopoldo, Ferdinando, Maria Carolina e Maria Amalia.
In virtù di un concorso organizzato dall'Accademia di belle arti, questi ritratti furono realizzati da quattro pittori differenti. tra cui Josef Hauzinger, pittore di camera della corte imperiale e professore di pittura storica all'Accademia di belle arti di Vienna. Due anni più tardi Hauzinger fu di nuovo incaricato di eseguire sempre per Schloss Hof altri due dipinti: il primo rappresentante l'imperatore Giuseppe II con le sue sorelle rimaste nubili, Maria Anna e Maria Elisabetta, e il secondo rappresentante appunto l'arciduca Massimiliano, gran maestro dell'ordine Teutonico, principe elettore e arcivescovo di Colonia, ricevuto da Maria Antonietta e Luigi XVI, in occasione di un viaggio che l'arciduca fece a partire dal 1774 nei Paesi Bassi austriaci e in Francia.

venerdì 11 novembre 2016

I Medici nel sangue di Maria Antonietta

Stemma dei Medici
Lo stemma di casa Medici, visibile su tanti monumenti della Toscana, porta un emblema assai curioso: palle rosse in campo d'oro. Ancora oggi il significato preciso non si conosce; qualcuno volle vedere nelle misteriose palle una glorificazione delle pillole, a cui la famiglia, un tempo dedita all'esercizio della medicina (donde il nome), sarebbe debitrice della sua fortuna. Ma non risulta che nessuno dei Medici abbia mai esercitato la professione sanitaria, o si sia mai iscritto all'Arte dei Medici e Speziali, la corporazione degli intellettuali fiorentini, a cui talvolta si aggregavano anche dei letterati come Dante. Prima della loro ascesa al potere, per almeno un secolo e mezzo, i Medici di cui si ha notizia furono sempre o mercanti o banchieri. Forse la leggenda delle pillole nasce dall'aver, Cosimo il Vecchio, incluso fra i patroni della famiglia due santi che stando alla tradizione erano entrambi medici, Cosma e Damiano. Ma potrebbe essere anche la trovata di un invidioso per ricordare le origini modeste della famiglia. Certo, di sangue azzurro nei primi Medici non c'è traccia. Era una schiatta campagnola, venuta dal Mugello, che fece fortuna senza mai recidere del tutto i legami con la terra, i campi e le verdi colline di Toscana. Le fonti della sua proprietà, mercanzia e banca, furono quelle tradizionali della borghesia fiorentina. Solo quando Luigi XI di Francia autorizzò i Medici ad aggiungere alle palle del loro stemma "il fiore di giglio" francese, questi nuovi ricchi si sentirono alla pari dell'antica nobiltà feudale e degni di aspirare ad alleanze matrimoniali con le famiglie più illustri della penisola. 

venerdì 4 novembre 2016

Madame Royale

"Nessuna donna nella storia
fu più inseguita dalla sventura" (Duchessa di Dino)


La nascita di Madame Royale, 19 dicembre 1778, in uno schizzo
impressionistico di Augustin de Saint-Aubin. 
Il 5 ottobre 1778 il conte di Provenza scriveva al re di Svezia:

"Voi avrete saputo il cambiamento avvenuto nella mia sorte... Molto presto e bene, io ho sempre saputo rendermi padrone di me stesso esteriormente ed ho tenuto sempre il medesimo contegno di prima, senza dimostrare una gioia, che sarebbe stata ritenuta falsa e che lo sarebbe in effetti stata, perché francamente, e voi potete facilmente crederlo, io non sentivo proprio alcuna gioia; né una tristezza, che si sarebbe potuta attribuire a debolezza d'animo. L'interno è stata più difficile a vincersi; e talvolta esso si ribella".


Con queste parole Monsieur palesava a Gustavo III la sua delusione nell'aver appreso mesi prima la gravidanza di Maria Antonietta. Dopo otto anni di matrimonio, complice soprattutto l'intervento di Giuseppe II, i sovrani avevano consumato finalmente le nozze e avevano dimostrato con questa gravidanza di essere in grado di procreare. Il conte di Provenza che in mancanza di eredi sarebbe stato l'erede al trono, vedeva in questo modo lontana la possibilità di diventare sovrano.

Maria Antonietta aveva annunciato felice al re di essere incinta con un piccolo scherzo: fingendosi imbronciata si era presentata a suo marito con queste parole: "Vengo sire a lagnarmi di un vostro suddito che ha avuto l'audacia di darmi dei calci nel ventre". A tutta prima Luigi XVI parve stupito, poi improvvisamente capì e andò ad abbracciare commosso la moglie.

Il 19 dicembre 1778 la regina avvertì le prime doglie. Il parto per una regina di Francia doveva essere, secondo la tirannica etichetta di Versailles, rigorosamente pubblico. Etichetta a parte, gli spettatori erano necessari per testimoniare l'avvenuta nascita e quindi la legittimità di un possibile erede al trono. Ma lasciamo la parola al re:

giovedì 3 novembre 2016

Tema natale di Maria Antonietta

Quando Maria Antonietta venne al mondo, nelle corti illuminate d'Europa la figura dell'astrologo di corte era ormai praticamente scomparsa. Tuttavia nei secoli precedenti l'astrologia era considerata la regina delle scienze e papi e sovrani ricorrevano spesso ai consigli degli astrologi. Caterina de' Medici non muoveva passo senza prima aver consultato Nostradamus. D'altra parte lo studio degli astri veniva condotto anche da persone di scienza come Keplero e tenuto in gran conto da persone di fede come Tommaso d'Aquino. Si riteneva, e in parte ancora oggi si ritiene, che il carattere di una persona fosse determinato dalla posizione degli astri il giorno della nascita, e che il destino fosse racchiuso nei segni zodiacali.


mercoledì 2 novembre 2016

"Marie Antoinette" di Heinrich Heine

Heirich Heine nel 1831
Nel 1851 Heinrich Heine, tra i più importanti esponenti del Romanticismo tedesco, poeta amatissimo di Sissi. dette alle stampe la raccolta di liriche "Romanzero" il cui primo volume, Historien, dedicato alla caducità della bellezza, contiene la lirica "Marie Antoinette". 

Aderendo a uno dei cliché del romanticismo noir, Heine evoca gli spettri della regina e delle dame titolate del suo stretto entourage in uno dei momenti più intimi del cerimoniale di corte, quello del risveglio della sovrana. 

Nella poesia di Heine tale rito si svolge temporalmente dopo la Rivoluzione del 1789, e precisamente dopo gli eventi rivoluzionari francesi del 1830 e del 1848, a rimarcare come il poeta voglia cogliere nel processo storico, di cui è spettatore, l’incalzare delle tendenze restaurative. 

Scorrendo i versi di 15 strofe, ciascuna delle quali prevede una quartina a rima alternata, l’ancien régime viene evocato attraverso dei “rèvenants”: la regina e le sue dame per l’appunto, tutte private della testa ad opera della ghigliottina, intente in modo grottesco e macabro al rito quotidiano del lever dove, con grande stupore, si assiste di giorno a un’apparizione spettrale assai curiosa, quella del Palazzo delle Tuileries che fu attaccato dal popolo francese il 10 agosto 1792 in piena Rivoluzione e ancora nel luglio del 1830 e il 24 febbraio del 1848 a seguito dei moti rivoluzionari. E proprio in questa regale dimora vagano indisturbati vecchi fantasmi di un passato che pareva fosse ormai inesorabilmente tramontato, quelli della regina e delle sue dame.

martedì 18 ottobre 2016

La cella di Maria Antonietta

L'ultimo giorno di Maria Antonietta -
 Louis Baader (1820-1919) Musee des Beaux-Arts, Rennes, Francia
La prima cella in cui Maria Antonietta fu rinchiusa alla Conciergerie, non era una vera e propria cella ma una camera abbastanza larga, divisa in due da un arco e con una finestra che si apriva a fior di terra sul cortile detto "delle donne", perché le prigioniere vi si recavano per fare due passi e lavare alla fontana (ancora oggi presente) i panni sporchi. 
Questa camera, in cui la regina visse per circa 40 giorni insieme con i due gendarmi di guardia, era precedentemente occupata dal generale Custines, e in altri tempi era stata utilizzata dai consiglieri del parlamento che in determinati periodi dell'anno vi si riunivano per raccogliere le lagnanze dei prigionieri. La vicinanza della Senna la rendeva inabitabile. Le pareti, dalle quali pendeva a brandelli una vecchia tappezzeria con i gigli di Francia, trasudavano umidità. Richard, il custode della Conciergerie, che trattò la regina con grande umanità, si dette la pena di coprire la parete contro la quale si trovava il letto con una grossa tenda, provvedendo anche a reperire un paravento perché Maria Antonietta potesse avere un minimo di privacy senza essere vista dai due gendarmi.

lunedì 17 ottobre 2016

L'ultimo ritratto di Maria Antonietta

Disegno estemporaneo di David che ritrae la regina condotta al patibolo.
Parigi, Louvre
Purtroppo genio e bellezza d'animo non sempre vanno a braccetto. E' questo il caso di Jacques-Louis David, il grande pittore che realizzò l'ultimo drammatico ritratto di Maria Antonietta condotta al patibolo. 

"All' angolo di Rue Saint-Honoré, dove si trova il Caffè della Reggenza, c'è un uomo che attende con la matita pronta e un foglio di carta in mano. E' Louis David, uno dei più grandi artisti del suo tempo.
Durante la Rivoluzione è stato fra i più pronti a vociare; sempre servo dei potenti quando sorride loro la fortuna, sempre li abbandona nel pericolo. Dipinge Marat sul letto di morte, l'8 termidoro giura pateticamente a Robespierre "che vuoterà con lui il calice fino alla feccia", ma già il 9, durante la fatale seduta, quella sete eroica gli è passata e il triste parolaio preferisce tenersi rimpiattato in casa, sfuggendo per questa codardia alla ghigliottina. Nemico accanito dei tiranni durante la rivoluzione, sarà il primo a passare al nuovo dittatore e a ottenere, per aver dipinto l'incoronazione di Bonaparte, il titolo di barone, rinunciando in cambio al suo antico e feroce odio per gli aristocratici. Tipo dell'eterno transfuga alla riva del potere, adulatore con i fortunati, spietato con i vinti, ritrae vincitori sul trono come i vinti sul patibolo. Da quella stessa carretta che porta ora la regina, lo scorgerà più tardi, tra la folla, Danton, che conosce la sua viltà e che prima di morire lo frusta con il grido pieno di sprezzante sdegno: "Anima di servo!".

domenica 16 ottobre 2016

16 ottobre 1793

"Ha potuto ottenere due candele, un foglio di carta, una penna e l'inchiostro. Mentre Busne sonnecchia in un cantuccio della cella, Maria Antonietta siede davanti al suo tavolino di legno bianco, e quella donna, che ha or ora finito di vivere due giorni e una notte di dibattiti, quella donna minata da emorragie, che ha subito un'ultima udienza di più di venti ore, quella donna, aspettando il carnefice, scriverà questa lettera stupenda che bisogna rileggere" (André Castelot)


L'ultima missiva di Maria Antonietta. Dipinto
 di Battaglini copia di un originale di Danloux
" A dì 16 Ottobre alle 4 e mezzo del mattino.

E' a voi sorella mia che scrivo per l'ultima volta. Sono stata condannata non a una morte vergognosa, essa non è tale che per i delinquenti, ma a raggiungere vostro fratello. Innocente come lui, spero di mostrare la stessa sua fermezza negli ultimi momenti. Sono calma come lo si è quando la coscienza non rimprovera nulla; ho un profondo dolore d'abbandonare i miei poveri bimbi, voi sapete ch'io non esistevo che per loro e per voi, mia buona e tenera sorella. Voi che avete per la vostra amicizia sacrificato tutto per essere con noi, in che posizione vi lascio! Ho appreso durante il processo che mia figlia è separata da voi. Ahimè! povera bimba, non oso scriverle, ella non riceverebbe la mia lettera, non so nemmeno se questa vi perverrà; ricevete per loro due la mia benedizione, spero che un giorno, quando saranno più grandi, potranno riunirsi con voi e godere interamente delle vostre tenere cure; pensino essi a tutto quello che io non ho cessato d'ispirar loro, che in principii e l'esecuzione esatta dei propri doveri sono la prima base della vita, che la loro amicizia e la loro scambievole fiducia ne farà la felicità. Mia figlia deve sentire come sia suo dovere, data la sua età, aiutar sempre suo fratello con i consigli dell'esperienza ch'essa ha in più di lui e che la sua amicizia potrà ispirarle; e mio figlio, da parte sua, renda a sua sorella tutte le cure, i servizi che l'amicizia può ispirare; sentano entrambi, infine, che in qualunque posizione vengano a trovarsi, essi non saranno veramente felici che grazie alla loro unione; prendano esempio da noi, quanta consolazione, nelle nostre disgrazie, ci è venuta dalla nostra amicizia, e nella gioia si gode doppiamente, quando si può dividerla con un amico, e dove si può trovarne di più teneri, di più uniti che nella propria famiglia?
Mio figlio non deve mai dimenticare le ultime parole di suo padre che io gli ripeto espressamente: non cerchi mai di vendicare la nostra morte. Debbo parlarvi d'una cosa molto penosa per il vostro cuore, so quanto quel bimbo deve avervi dato pena; perdonatelo, mia cara sorella, pensate alla sua età e some sia facile far dire a un bambino quello che si vuole, mettergli sulle labbra parole ch'egli non comprende. Verrà un giorno, lo spero, nel quale egli sentirà maggiormente tutto il valore della vostra bontà e della vostra tenerezza per tutti e due. Mi rimane da confidarvi i miei ultimi pensieri, avrei voluto scriverli al principio del processo; ma oltre al fatto che non mi lasciavano scrivere, l'incalzare degli avvenimenti è stato così rapido che non ne ho avuto realmente il tempo.
Io muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in quella dei miei padri, in quella nella quale sono stata allevata, e che ho sempre professata; non avendo nessuna consolazione spirituale da aspettare, non sapendo se esistano ancora qui preti di questa religione e, anche se ciò fosse, il luogo in cui mi trovo li esporrebbe troppo se v'entrassero una volta, io chiedo sinceramente perdono a Dio di tutti gli errori che ho potuto commettere da quando esisto; spero che nella sua bontà vorrà accogliere i miei ultimi voti, come quelli che ho fatto da molto tempo perché voglia ricevere la mia anima nella sua misericordia e nella sua bontà. Chiedo perdono a tutti quelli che conosco e a voi mia sorella in particolare, di tutte le pene che senza volerlo ho potuto causar loro. Perdono a tutti i miei nemici il male che mi hanno fatto. Dico qui addio alle mie zie e a tutti i miei fratelli e sorelle. Avevo degli amici, l'idea di d'esserne separata per sempre e le loro pene sono uno dei più grandi rimpianti ch'io porto con me morendo; sappiano almeno che sino all'ultimo istante ho pensato a loro.
Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera giungervi. Pensate sempre a me, vi bacio con tutto il cuore, così come quei poveri e cari bambini; Dio mio, com'è lacerante lasciarli per sempre! Addio, addio, non mi occuperò più che dei miei doveri spirituali, siccome non sono libera delle mie azioni, mi porteranno forse un prete, ma protesto qui che non gli dirò una parola, e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo...."

giovedì 13 ottobre 2016

La Conciergerie

La Conciergerie, il luogo in cui Maria Antonietta trascorse i suoi ultimi settantasette giorni di vita, dal 1° agosto al 16 ottobre 1793, è uno degli edifici più sinistri di Parigi, tra i pochi sopravvissuti che furono testimoni dei principali avvenimenti della Rivoluzione. Un cupo sistema di sicurezza, provvisto di basse volte, di spazi angusti, di oscuri sotterranei, di porte corazzate e di strette finestre protette da sbarre grosse quanto il braccio di un uomo.

Definita dallo scrittore Balzac "l'anticamera del patibolo o dei lavori forzati", la costruzione è tipicamente gotica ma non essendo un ambiente religioso il luogo è doppiamente interessante. Un tempo l'edificio fu la prima residenza cittadina dei sovrani di Francia fino a Luigi XI, il centro nevralgico del governo e dello Stato, il che spiega la magnificenza delle sale, delle gigantesche cucine, delle gallerie e degli ambulacri. Trasformata in prigione nel XVI secolo, durante la Restaurazione subì dei lavori che fecero indignare Victor Hugo: "L'hanno mutilata, disonorata, sfigurata!". Nel 1871, la Conciergerie subi un incendio e altri ambienti scomparvero per sempre.
Oggi, dell'antico edificio gotico, rimangono alcuni spazi, tra cui la Sala delle guardie, una sala incredibilmente vasta.

"Voi che non avete passato una notte in mezzo a quell'insieme di orribili cose, voi non avete ancora provato nulla, nulla sofferto al mondo" lascerà scritto un prigioniero. Nelle celle fangose, dove poca paglia fradicia serviva da giaciglio ai prigionieri, l'accusato di delitti politici era accanto a ladri e assassini. Vi erano anche celle a pagamento, dette à la pistole, ma l'affluenza di prigionieri era tale che spesso, pur avendo di che pagare una cella migliore, bisognava attendere che l'alloggio fosse libero (cosa a cui durante il Terrore provvedeva ampiamente la ghigliottina).

lunedì 10 ottobre 2016

Politiche matrimoniali

Madame Royale in un ritratto di Heinrich Friedrich Füger
Nel 1787 la regina Maria Carolina inviò in gran segreto in Francia, come si evince dalle memorie di Madame Campan, il cavaliere di Bressac, un colonnello francese entrato nell'esercito napoletano. La regina di Napoli aveva in mente un matrimonio tra il suo figliolo, Francesco duca di Calabria ed erede al trono, e la figlia di Maria Antonietta che all'epoca aveva circa nove anni. Il cavaliere aveva quindi il compito di riferire in via del tutto informale e senza cerimonie, il progetto di Carolina a Maria Antonietta. La regina, pur apprezzando la proposta di un'unione tra le due casate, rifiutò sostenendo che sposando il duca d'Angouleme, Maria Teresa Carlotta non avrebbe perso il rango di figlia del re, che la sua posizione sarebbe stata di lunga preferibile a quella di regina di un altro paese, che niente in Europa poteva essere paragonato alla Corte di Francia. Sarebbe stato inoltre necessario, per non esporre la piccola principessa a dei rimpianti, inviarla a Napoli fin da allora in quanto i ricordi e i confronti le avrebbero provocato le stesse pene che aveva patito lei da adolescente, strappata da una corte che amava. La regina era ben a conoscenza delle difficoltà incontrate dalla sorella Carolina nel Regno di Napoli, sempre ai ferri corti con la Spagna; anche per questo volle evitare grattacapi a sua figlia inviandola in una corte ricca di problematiche. 

sabato 8 ottobre 2016

La notte del 5 e 6 ottobre

La notte del 5 e 6 ottobre 1789 -
François Flameng
"Si presenti anche lei, la regina, la superba, l'altera, l'inflessibile austriaca! Venga anche lei, proprio lei, l'orgogliosa, a curvare il suo capo sotto il gioco invisibile! Le urla si fanno sempre più selvagge e più rauche:"La reine! la reine au balcon!". Maria Antonietta, pallida d'ira, le labbra serrate, non muove passo. Ciò che la paralizza e le scolorisce le gote non è la paura dei fucili già forse imbracciati, delle pietre e degli insulti; è l'orgoglio innato, l'indistruttibile senso di nobiltà di questa testa, di questa nuca, che mai e dinanzi a nessuno ha voluto piegarsi. Tutti la guardano imbarazzati. Finalmente, i vetri tremano per le grida, tra poco sibileranno le pietre, La Fayette si volge a lei: "Madame questo passo è necessario per calmare il popolo". "Allora non esito" risponde Maria Antonietta, e prende per mano a destra e sinistra i suoi due figli. Con la testa eretta, con le labbra sprezzanti, esce sul balcone. Ma non già come una supplice che chieda grazia, bensì come un soldato che marci all'assalto, con la volontà decisa di morire bene, senza battere ciglio. Cede, ma non s'inchina. Ma è proprio questo fiero atteggiamento a domarli. Due correnti di forze contrarie s'incontrano in questi due sguardi, lo sguardo della sovrana e quello della folla, ed è tale la tensione che per un minuto regna un silenzio di morte sull'immensa piazza. Nessuno sa come si risolverà questa pausa di costernato stupore, se in uno scoppio d'ira, in un colpo di fucile o in una grandinata di pietre. In quel momento Lafayette, sempre audace nelle ore grandiose, le si accosta e, inchinandosi con un gesto cavalleresco davanti alla regina, le bacia la mano. Questo gesto allenta di colpo la tensione. Accade qualche cosa di sorprendente: "Vive la reine! Vive la reine!" tuonano mille voci dalla piazza. Istintivamente quello stesso popolo che poc'anzi si compiaceva della debolezza del sovrano, acclama l'orgoglio, l'indomabile sfida di questa donna, la quale ha mostrato di non chiedere il suo favore neppure con un sorriso forzato, neppure con la viltà di un saluto." (Stefan Zweig)

venerdì 30 settembre 2016

Isabella di Parma

Isabella di Parma in un ritratto conservato alla Hofburg di Innsbruck
"Ha un aspetto molto accattivante, occhi e capelli stupendi, bocca da baciare ed un busto armonioso. La carnagione forse un po' scura rispetto alla figura davvero stupenda; le mani sono meno ben formate." Questo è il ritratto che l'arciduchessa Maria Cristina fa della cognata Isabella di Parma.

L'imperatrice Maria Teresa non avrebbe potuto trovare per il primogenito Giuseppe un partito migliore. Isabella, principessa di Borbone-Parma e Infanta di Spagna, era una Borbone al quadrato, essendo nipote del re di Spagna e del re di Francia. Anche sul piano umano la scelta si rivelò felice. Maria Teresa ebbe a dire, parlando della nuora che aveva il carattere "più piacevole, unito ad un aspetto affascinante e tanta dolcezza."

Allevata secondo le usanze spagnole, era scontato che Isabella si sarebbe piegata al volere del consorte e alla volontà della suocera. Insolito era però il livello culturale della ragazza che, ad appena 19 anni, suonava perfettamente il violino, s'intendeva di politica e aveva una buona preparazione letteraria e filosofica. Ciò fu considerato strano se non addirittura sconveniente in una corte, come quella asburgica, in cui il livello culturale delle arciduchesse era molto trascurato.

Isabella bambina in un ritratto di Nattier
Isabella così si presentò al fidanzato in una lettera: "Ho studiato un po' di filosofia, un po' di morale, ho letto romanzi leggeri e riflessioni profonde, conosco la logica, la fisica, la storia, la metafisica. E canti giocondi". 
Inquietante fu invece il biglietto inviato alla futura suocera: "Sono molto lusingata dell'onore che la regina mi ha fatto. Ma sono certa di non vivere abbastanza per soddisfare le sue speranze". Maria Teresa sottovalutò la frase considerandola una sciocchezza scritta da una giovinetta romantica.

domenica 25 settembre 2016

L'ultima favorita di Francia

Un ritratto della baronessa Albertine Elisabeth
de Nivenheim van Nieukerque in un ritratto
di Greuze, 1770
La baronessa Albertine Elisabeth de Nivenheim van Nieukerque, divorziata dal commerciante olandese Pater, sposò il marchese di Champcenetz nel 1779 dopo essere stata l'ultima favorita di Luigi XV.
Seriamente innamorato, il re amò questa bellissina dama in segreto, al punto che il duca d'Auguillon, alcuni mesi prima della morte improvvisa del sovrano, aveva assuefatto Albertine all'idea che presto essa avrebbe preso il posto di Madame Du Barry, la quale sarebbe stata allontanata. Il re le concesse una ricca pensione e le offrì l'uso di un appartamento nel castello di Meudon.
 Despréaux, futuro marito di Mlle Guimard, scrive:
 "Era la più bella donna che io avessi mai visto al mondo... Luigi XV le aveva dato un alloggio al pianterreno del castello di Meudon, perché aveva intenzione di sposarla. Dell'affare si occupava il marchese de Champcenetz, governatore del castello reale di Meudon".
Negli anni della rivoluzione la marchesa emigrò con la Polignac e si attivò per la causa dei reali. Morì a Fontainebleau del 1805.

Il "Pavillon frais"

Il "Pavillon frais", letteralmente "padiglione fresco" è un edificio che si trova nei giardini del Petit Trianon. Fu commissionato da Luigi XV all'architetto Gabriel per madame de Pompadour tra il 1751 e il 1753. Concepito come area di svago in cui potersi rilassare, fungeva da sala da pranzo o più propriamente come locale in cui degustare i prodotti del vicino orto.

Il Belvedere

Il Belvedere è una costruzione neoclassica fatta erigere da Maria Antonietta tra il 1778 e il 1781 dall'architetto Richard Mique. Di forma ottagonale, situato su una collinetta artificiale, il padiglione fu pensato come sala da concerti. Gli interni sono splendidamente decorati di arabeschi, opera di Jean-Jacques Lagrenée. Nel 1781 vi si tenne una festa notturna in onore dell'imperatore Giuseppe II.

Il Pavillon Française


Il Pavillon Française è una costruzione realizzata nel 1750 dall'architetto Gabriel su ordine di Luigi XV per Madame de Pompadour.


 Il piccolo e delizioso edificio di gusto prettamente Neoclassico fungeva come sala da musica, da gioco e da tè o, più propriamente, come salotto per intrattenere conversazioni brillanti. Quando Maria Antonietta divenne padrona del Petit Trianon nel 1774, non apportò alcuna modifica al Padiglione, utilizzandolo soprattutto per cenare con gli amici durante le calde sere estive; nel 1781 vi si tenne un concerto in onore del fratello Giuseppe II.

sabato 24 settembre 2016

Il Tempio d'Amore

Costruito tra il 1777 e il 1778 dall'architetto Richard Mique su un isolotto artificiale ubicato nel lato est del giardino inglese del Petit Trianon, il Tempio d'amore, di gusto prettamente neoclassico, fu voluto da Maria Antonietta che poteva contemplarlo dalle finestre delle sue stanze.
Decorato dallo scultore Deschamps, il piccolo tempio è composto da dodici colonne corinzie sormontate da una cupola decorata con i simboli dell'Amore.
Al centro è posta una statua di Cupido, replica di una statua di Edmé Bouchardon, realizzata da Louis-Philippe Mouchy tra il 1778 e il 1780, e intitolata "Amore intaglia un arco dalla clava di Ercole".
A differenza di quello che molti potrebbero pensare, il Tempio non fu costruito per celebrare l'amore della regina per il conte di Fersen ma piuttosto per rendere omaggio all'amore di Luigi XVI e della sua sposa, riferendosi alla consumazione fisica del loro matrimonio avvenuta proprio nel 1777.

venerdì 23 settembre 2016

Il castello di Svätý Anton

Il castello di Svätý Anton si trova in Slovacchia nei pressi della storica città di Banská Štiavnica.
Il maniero, costruito in stile barocco, è adibito a museo dal 1962. L'ultimo proprietario, Ferdinando I di Bulgaria, grande ammiratore di Maria Antonietta, acquistò nel 1930 ad un'asta parigina, dei pezzi d'arredamento appartenuti alla regina donati a suo tempo dall'imperatrice Maria Teresa alla figlia in occasione delle nozze con il futuro Luigi XVI.
Possiamo quindi ammirare nella sala d'oro del castello che il museo ha dedicato a Maria Antonietta, questi magnifici pezzi, tra cui una poltrona in stile Luigi XVI e mobili realizzati dal famoso George Jacob in legno di tiglio ricoperto d'oro a 24 carati; la tappezzeria di Lione fu invece realizzata da Philippe de la Salle. Nella sala si può ammirare anche un ritratto di Maria Antonietta di scuola tedesca.


Maria Antonietta in un ritratto di scuola Tedesca, 1768

giovedì 22 settembre 2016

Veste alla Caraco

Giovane donna sotto i portici del Palais Royale -
 Michel Garnier, 1787. La donna indossa un tipico caraco
molto in voga in quegli anni.
Nel 1789, anno della Rivoluzione Francese, era ormai diffuso il caraco, un tipo di abbigliamento che prevedeva l'utilizzo di una gonna lunga fino alla caviglia e di un corpetto aderentissimo con una baschina posteriore allungata o meno, appoggiata sulla tournure, un piccolo cuscinetto. E' questa la veste femminile tipica, assieme alla chemise e alla redingote, del periodo rivoluzionario.

Il caraco prese piede intorno alla seconda metà del settecento. Esso derivava dalla cacaraca provenzale, una giacchetta utilizzata dalle popolane e che ben presto fu adottata anche dalle signore per la sua praticità, in netto contrasto con le vesti in uso presso la nobiltà e l'alta borghesia.

I caraco si presentavano semplici sia per quanto riguardava le stoffe, generalmente a tinta unita e con piccoli ricami floreali o a toiles de Jouy, sia per quanto riguardava i tessuti che di solito erano leggeri. Le maniche si presentavano lunghe o a tre quarti, e aderenti al braccio; le fogge potevano essere le più svariate; in epoca rivoluzionaria, per esempio, erano molto in voga i caraco à la pierrot e i caraco à la Suzanne (in riferimento a Suzanne, la servetta delle Nozze di Figaro).

martedì 20 settembre 2016

Mariazell

Attraverso la lettura del Wiener Diarium, il giornale di Vienna fondato nel 1703, è possibile ricostruire l'infanzia di Maria Antonietta. Gli arciduchi e le arciduchesse vengono spesso citati insieme ad avvenimenti importanti come feste, matrimoni, gite fuori porta, escursioni, vacanze, messe e processioni. Il tutto accuratamente dettagliato. Ad esempio, da questo prezioso giornale, si evince che gli arciduchi e le arciduchesse più giovani non soggiornavano mai a Laxenburg ma al massimo vi passavano un'interna giornata. Essi soggiornavano esclusivamente alla Hofburg nei mesi invernali e a Schonbrunn nella bella stagione. Il nome di Maria Antonietta inizia ad essere citato soprattutto a partire dagli anni '60 del settecento, insieme a quello dell'arciduchessa Maria Teresa (la figlia di Giuseppe II). Le due bambine, rispettivamente zia e nipote, avevano pochi anni di differenza e crebbero insieme. Nel 1768 Maria Antonietta e la piccola Teresa furono lasciate alla Hofburg mentre il resto della famiglia si trasferì a Laxenburg. Questa strana scelta rientrava probabilmente nei piani pedagogici dell'epoca.
Il lago Goldegg


Il castello di Goldegg dove Maria Antonietta passò la notte assieme alla madre e alle sorelle.



Gli intrighi matrimoniali di Maria Carolina

Ferdinando III, Granduca di Toscana
Quando morì l'imperatore Giuseppe II, il trono imperiale passò al fratello Leopoldo che per molti anni era stato Granduca di Toscana. Prima di partire per Vienna il neo imperatore volle che il figlio Ferdinando, che avrebbe preso il suo posto come granduca (al primogenito Francesco era destinato il trono imperiale) si sposasse. A tal riguardo Leopoldo si rivolse, per la scelta della sposa, alla sorella Maria Carolina madre di molte figlie in età da marito. A tutta prima la scelta cadde sulla primogenita di Carolina, la bella Maria Teresa. Ma quando sembrava ormai tutto pronto per la richiesta ufficiale, Elisabetta di Wurttemberg, moglie dell'arciduca Francesco, morì per i postumi di un parto. Francesco rimasto vedovo giovanissimo e con una bambina, ne fu sinceramente addolorato. Fu a quel punto che Leopoldo, nel tentativo di lenire il dolore del figlio, si rivolse nuovamente alla sorella per chiederle la mano di un'altra principessa, questa volta da destinarsi al figlio Francesco. La scelta cadde su Luisa Amalia che a detta della corte di Napoli era "un po' difettosa della persona, benché graziosissima come la sorella maggiore". In realtà Carolina ne fu allarmata; nel ritratto eseguito dal magico pennello della Le Brun, Luisa appare indubbiamente molto graziosa ma in realtà era tutto fuorché una bellezza. La pittrice nelle sue memorie scrisse che ritrarla fu penoso perché la principessa durante le sedute faceva smorfie continue: "... quest'ultima era molto brutta, e faceva così tante smorfie che non avevo voglia di finire il suo ritratto".

sabato 17 settembre 2016

Francesco I imperatore d'Austria

Francesco in un ritratto giovanile.
Uno sbaglio che fanno in molti è quello di parlare di
 "imperatore d'Austria" prima del 1806.
Poiché l’abolizione del titolo di Imperatore dei Romani ebbe
luogo formalmente nel 1806, Francesco fu il primo
 Imperatore “doppio” della storia, essendo stato
 Francesco II come imperatore dei Romani e
 Francesco I come imperatore d’Austria.
"Mi sono chiesto se si conveniva alla dignità dell'imperatore, al suo stesso interesse, assistere alla sorte da cui è minacciata la sua augusta zia senza nulla tentare per sottrarvela o per strapparvela ... L'imperatore non ha forse in questa particolare circostanza doveri da adempiere? Non conviene perdere di vista che la condotta che il nostro governo presceglierà verrà un giorno giudicata dai posteri; ma come non temere la severità di tali giudizi, se fosse provato che, essendo la regina di Francia a tal punto minacciata, S.M. l'imperatore non ha fatto tentativo né sacrificio alcuno per salvarla?"
Questa, lettera abbastanza audace per la penna di un diplomatico, fu inviata dal conte Mercy all'imperatore Francesco II, nipote di Maria Antonietta. Ma, come scrive sagacemente Stefan Zweig, "nel ventiquattrenne, gelido, insensibile, meschino Kaiser Franz, che non ha nell'anima neppure più una scintilla dello spirito di Maria Teresa, Maria Antonietta non trova né comprensione né volontà di aiuto."

L'imperatore Francesco fu in effetti un personaggio ambiguo e di non facile lettura e nei confronti della zia che non aveva mai conosciuto, mostrò indifferenza arrivando a dire, al cavaliere di Rougeville che ne sollecitava l'aiuto:
"mia zia saprà ben morire".

Sul carattere dell'imperatore esistevano opinioni discordanti già all'epoca. Secondo alcuni, egli era uno stoico che affrontava sereno e compassato ogni vicenda, irritandosi solo quando si trattava di pagare in contanti. Secondo altri era un Quinto Fabio, capace solo di temporeggiare ed esitare, con velleità di sovrano assoluto ma privo della forza di volontà necessarie ad agire. La sorte di una regina deposta era assolutamente ininfluente ai fini politici e Francesco non pensò neanche lontanamente di scendere a patti con la Francia, nemmeno quando la zia fu trasferita alla Conciergerie.
Mercy lasciò scritto disgustato da tale condotta: "Non l'avrebbero salvata neppure se l'avessero vista con i propri occhi salire la ghigliottina". Ma il giudizio più duro è quello di Madame Royale che liberata su interessamento dell'imperatore in cambio di prigionieri politici, visse per qualche tempo a Vienna. La principessa lasciò scritto: "Non potevo immaginare l'indegna condotta dell'imperatore che ha lasciato perire mia madre, sua zia, senza muovere un passo per salvarla".
Qualche anno dopo Napoleone poté osservare: "Era massima stabilita nella casa d'Austria mantenere il silenzio sulla la regina di Francia. Al nome di Maria Antonietta abbassano gli occhi e mutano costantemente discorso, quasi per sfuggire a un argomento spiacevole e imbarazzante. E' una regola adottata da tutta la famiglia e raccomandata ai rappresentanti all'estero."

venerdì 5 agosto 2016

L'orecchino maschile

Luigi XVI, disegno di Louis-Auguste Brun
In questo raro ritratto a matita di Luigi XVI, il re indossa un orecchino a cerchio come tanti suoi contemporanei. La moda dell'orecchino maschile affonda le sue origini nella notte dei tempi.
All'epoca dei faraoni l’orecchino era un ornamento principalmente maschile e questa consuetudine rimase in auge per i secoli successivi, sino al Cinquecento e ai giorni nostri, seppure con accezioni differenti.
In passato l’orecchino maschile aveva significati molto profondi e poteva essere addirittura simbolo d’amore.

In un noto ritratto di William Shakespeare, lo scrittore ha un orecchino sull’orecchio sinistro e si ritiene che all’epoca questa usanza fosse legata a speciali credenze, come quella che voleva uniti in un legame inscindibile l’uomo e la donna che indossavano lo stesso orecchino.
Ma non furono solo poeti o nobili ad indossare gli orecchini per la prima volta, bensì personaggi ben più eccentrici e famigerati, da cui probabilmente deriva l’immagine attuale dell’orecchino maschile. I marinai, ad esempio, lo indossavano poiché pensavano che forando l’orecchio avrebbero potuto vedere meglio e di conseguenza ottenere l’incarico di vedetta. Come i marinai, anche i leggendari pirati utilizzavano l’orecchino ma con un’utilità pratica: i pirati ritenevano infatti che se fossero morti durante un’avventura oltremare, l’orecchino prezioso avrebbe potuto fungere da ricompensa per chi avesse seppellito i loro corpi.

sabato 2 luglio 2016

Versailles secondo Lili Elbe

Versailles  in alcuni lavori del paesaggista Einar Mogens Andreas Wegener, artista danese meglio noto con il nome di Lili Elbe. Fu la prima persona a sottoporsi ad un intervento chirurgico per cambiare sesso. La sua storia è ben ricostruista nel fim di recente uscita "The Danish Girl".









La figlia segreta dell'imperatore

La principessa Wilhelmina von Auersperg
A partire dal 1756, un anno dopo la nascita di Maria Antonietta, l'imperatore Francesco iniziò una relazione con la principessa Wilhelmina von Auersperg. Le prime notizie ufficiali si hanno dal ciambellano di corte Khevenhuller che annotò: "l'imperatore mostra dall'ultimo carnevale una particolare simpatia, che si potrebbe anche interpretare pour une inclination marquée".
Wilhelmina aveva all'epoca 18 anni, vale a dire 30 anni meno dell'imperatore e 21 meno di Maria Teresa. Era ammirata da tutti per la sua bellezza e aveva un viso e una figura "cui nessun pittore era capace di rendere giustizia perché, quando parlava, irradiava grazia e leggiadria tali da conferire un incanto siffatto da non poter essere riprodotto adeguatamente dall'arte".
La principessa era schiava del gioco, e si diceva che avesse perso alle carte, in una sola sera, 12 mila ducati. "Solo un amante imperiale, e per di più generoso come Francesco poteva fronteggiare certi appetiti" scrive Sir Wraxall. L'imperatore usava cenare con la principessa, andare a trovarla nel palco a teatro e "per avere sempre accanto a sé l'oggetto della sua inclinazione" le donò una villa nei pressi del castello di Laxemburg. "L'incostanza di lei gli negò tuttavia il possesso esclusivo del suo cuore. Ciò nondimeno Francesco continuò a corteggiarla".

venerdì 10 giugno 2016

Giardini di carta


"Per una mente ingegnosa non è mai troppo tardi imparare".
(Mrs. Mary Delany)
Mrs. Mary Delany in un ritratto giovanile opera
di Barber
Vissuta in Inghilterra dal 1700 al 1788, Mrs. Mary Delany era una garbata e brillante signora, molto benvoluta a corte, confidente di Re Giorgio III e della Regina Carlotta.
Appassionata di pittura, di botanica e di giardinaggio, Mary amava raccogliere fiori per catalogarli; collezionava conchiglie, abbelliva la sua dimora di bellissimi manufatti con ricami di grande perfezione e amava disegnare i suoi abiti arricchendoli personalmente con bellissimi ricami.
Straordinariamente, all’età di 71 anni, Mary iniziò a realizzare bellissime ed estremamente accurate riproduzioni di piante e fiori ricavandole da ritagli di carta-tessuto sottilissima che lei stessa aveva precedentemente colorato. L'idea le venne un giorno per caso quando un petalo di geranio cadde sulla sua scrivania di ebano. Il contrasto nero/ rosso le fece balenare l'idea di ricreare con la carta il geranio su sfondo nero.

Le sue piccole ma preziose opere erano, grazie alle sue conoscenze botaniche, perfettamente riprodotte, anche per via dell'effetto in 3D dovuto alla sua tecnica che prevedeva strati incollati e sovrapposti, senza nulla tralasciare: ombreggiature, gradazioni di colore e particolari nei minimi dettagli. Insomma, come lei stessa affermò in una lettera, inventò un nuovo modo di imitare i fiori.

giovedì 26 maggio 2016

Madame Auguié


Mme Auguié in un ritratto di Anne Vallayer Coster
Adelaide Henriette Genet, detta Madame Auguié, era la femme de chambre di Maria Antonietta e la sorella minore di Madame Campan.

Mme Le Brun, nelle sue memorie, così la descrive: "Ho conosciuto poche donne belle e piacevoli come Madame Auguié. Alta, con una figura attraente; il viso, con la sua carnagione di crema e pesche, era fresco, i suoi begli occhi brillavano con dolcezza e gentilezza".

La regina era molto affezionata ad Henriette e la soprannominava 'la mia leonessa' per via della sua eccezionale statura e del suo fiero portamento.

Henriette fu una delle dame che la notte del 5 ottobre 1789 avvisò Maria Antonietta del pericolo e della folla entrata nel castello. La regina, in segno di gratitudine le regalò uno degli splendidi necessaire da viaggio che aveva fatto realizzare per la fuga di Varennes. Madame Auguié rimase al servizio dei reali fino al giorno dell'assalto alle Tuileries. L'ultimo servizio reso a Maria Antonietta fu quello di imprestarle del denaro. Con il sistema nervoso a pezzi e con la paura di essere arrestata, Adelaide si suicidò il 26 luglio 1794, due giorni prima della fine del Terrore.

Henriette lasciò tre figlie poco più che bambine: Antoinette-Louise, Aglaé- Louise e Adelaide-Henriette, detta Adèle.

Aglaé in un ritratto eseguito dalla sorella Adèle
Adèle in un autoritratto
Antoinette si ricongiunse al padre che era emigrato in Inghilterra, mentre Aglaé e Adèle furono affidate alla zia, grazie alla quale, divenuta precettrice dei nipoti di Bonaparte, riuscirono ad inserirsi nella corte napoleonica.
Le giovani figlie di Madame Auguié, furono, assieme ad Ortensia, la figliastra di Napoleone, tra le prime allieve della scuola gestita da Madame Campan dove prendevano lezioni di disegno dal famoso pittore Isabey, professore dell'istituto. L'amicizia di Aglaé e Ortensia durerà fino alla morte di quest'ultima, avvenuta nel 1837.

Ritratto di Aglaé e Ortensia eseguito nel 1802 da Adèle. Museo della Malmaison
Adèle che era un'abile pittrice, sposò il barone de Broc, generale napoleonico, e divenne dama di palazzo di Ortensia. Morì in un incidente, scivolando e annegando in un fiume alla presenza dell'amica, che rimase sconvolta. Ma ancor di più rimase sconvolta Aglaé che vedeva morire sua sorella dopo sua madre.
Aglaè aveva sposato nel 1802 il Maresciallo Michel Ney, grazie all'intercessione di Giuseppina, creato da Napoleone Maresciallo di Francia, duca d'Elchingeen e principe della Moskowa.
Alla caduta di Napoleone, il Maresciallo Ney fu arrestato, processato e fucilato a Parigi, presso i Giardini del Lussemburgo. Fu il terzo grande dolore di Aglaé, che rimase vedova a 33 anni e sopravvisse alla perdita per quasi 40 anni.