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lunedì 14 novembre 2022

La contessa de Feuillide, la cugina "esotica" ed eccentrica di Jane Austen

Eliza Capot in una miniatura
Nel film "Becoming Jane", viene a tratti accennata la figura della ricca cugina vedova di Jane Austen, Eliza Capot, Contessa de Feullide, interpretata dall'attrice Lucy Cohu.

Eliza, nata Hancock, fu cugina di primo grado e più tardi cognata, della scrittrice. Si ritiene che sia stata fonte di ispirazione per una serie di opere della Austen, come Lady Susan (protagonista dell'omonimo romanzo epistolare) e Mary Crawford, tra i protagonisti principali di Mansfield Park. 

Nata a Calcutta, da Tysoe Saul Hanchok un chirurgo che aveva seguito in India la Compagnia inglese delle Indie Orientali, e da Philadelphia Austen, sorella del reverendo George Austen, padre di Jane, Eliza si trasferì nel 1765 in Inghilterra con la famiglia e nel 1779 in Francia con la madre stabilendosi nella Parigi cosmopolita. Fu qui che Eliza incontrò il suo futuro marito Jean-François Capot de Feuillide, descritto come audace, accattivante e affascinante con la reputazione di essere uno degli uomini più belli del suo tempo. Quando Eliza lo incontrò, si era affermato come capitano del reggimento dei dragoni della regina autotitolandosi conte di Feuillide anche se non era conte ma semplicemente figlio di un avvocato di provincia ex sindaco di Nérac.

Eliza gli fu presentata come erede di incommensurabili ricchezze perché l'abile madre aveva fatto sapere in tutta Parigi che la ragazza era figlioccia di Lord Hastings, Governatore delle Indie, che qualcuno ancora oggi indica come il vero padre di Eliza. 

Tysoe Saul Hancock ritratto con la moglie Philadelphia Austen, la piccola Eliza e la domestica indiana Clarinda in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, 1763

Eppure, né Feuillide né Eliza erano nobili o ricchi come si pensava. Per quanto riguarda lo stato finanziario di Feuillide, quando suo padre morì nel 1779, non ricevette la quantità di terra o ricchezza prevista. Inoltre, la tenuta di 5.000 acri che possedeva era un'inutile palude che aveva acquisito a causa della posizione di suo padre nel dipartimento forestale. Per essere di qualche valore, doveva essere prosciugato e convertito in terreno agricolo e il conte non aveva i soldi necessari per portare a termine il compito a meno che non avesse sposato una ricca ereditiera, ed Eliza che aveva ricevuto in eredità dal padrino il generoso dono di 10.000 sterline, era la donna che faceva al caso suo.

lunedì 26 settembre 2022

Eleonora Fonseca Pimentel

Ritratto di Eleonora Fonseca Pimentel
realizzato sulla base di una nota
litografia - Milano, Istituto Comprensivo
Statale, via Giacosa - Casa del Sole
A Roma, a pochi passi da Piazza del Popolo, una lapide posta al civico 22 di via Ripetta, ricorda che in quel luogo nacque il 13 gennaio 1752, da una nobile famiglia portoghese, la scienziata e poetessa Eleonora Fonseca Pimentel, una delle donne più colte del Settecento italiano. Le vicende di Eleonora ispirarono Enzo Striano per il suo bellissimo romanzo "Il resto di niente", un'espressione molto usata a Napoli, in dialetto "o' rieste e' nient", per indicare nulla, ma proprio nulla.. Secondo l'autore è quello che rimase del sacrificio di Eleonora e degli altri 120 patrioti morti in nome della libertà durante la Rivoluzione Partenopea.

Eleonora si trasferì a Napoli con la famiglia quando aveva appena 8 anni. Le sue rare capacità intellettuali e la sua singolare bellezza la misero presto in luce presso la corte di Maria Carolina della quale divenne bibliotecaria e intima amica. Duff Cooper nella sua biografia di Talleyrand descrive mirabilmente l'atmosfera di quegli anni in cui le donne di ingegno brillavano per la forza e la bellezza della loro conversazione:


"Fu l'era della conversazione, della libera e sfrenata discussione su ogni argomento, celeste o terrestre. Parlare bene era considerata allora la più alta qualità che una persona potesse possedere; l'unica arte nella quale tutti si sforzarono di eccellere; l'unica strada per la quale ogni talento era diretto. Una conversazione, quale quella che si poteva ascoltare allora a Parigi, non si era più sentita forse dal tempo lontano, in cui ad Atene si era fatto silenzio [...] Questa epoca della conversazione aveva una sua fisionomia nuova, che la distingueva da altre del passato. Né Aspasia né Santippe prendono parte ai dialoghi che Platone ci ha tramandato. Invece nella Parigi della giovinezza di Talleyrand le grandi dame erano a capo della conversazione come della moda. Erano esse le arbitre non solo dell'eleganza ma dei costumi, della politica, delle arti. Nessun uomo poteva salire in fama se non sullo sfondo di un salotto, e sopra ogni salotto regnava una donna."

Come viene ricordato nel libro "Per filo e per segno", " la Pimentel è figlia di quell’età dei Lumi che vede le donne abbattere il tabù delle scienze e animare salotti intellettuali".
Studiosa di greco, latino, matematica, fisica, chimica, botanica, mineralogia, astronomia, economia e diritto pubblico, nonostante la giovane età, Eleonora fu ammessa all'Accademia del Filareti, con il nome di Epolifenora Olcesamante, e a quella dell’Arcadia, come Altidora Esperetusa. A18 anni iniziò una corrispondenza epistolare con Metastasio che rimase colpito dalle sue rare qualità e dai suoi versi. Seguirono altre corrispondente con illustri uomini del suo tempo, come  Goethe, Gaetano Filangieri e Voltaire che le dedicò questi versi:

Dolce usignolo della bella Italia
Il vostro sonetto coccola un vecchio gufo
Rifugiato sul monte Giura in un buco,
Senza voce, spennacchiato, e privo di genio.
Vuol lasciare il suo paese noioso;
Vicino a voi a Napoli vuole venire,
Se vi può vedere, se può ascoltarvi,
Riacquisterà tutto quello che ha perso.

Immagine tratta dal film "Il resto di niente", 2004

Dopo la morte del figlioletto di appena otto mesi, al quale dedicò dei versi commoventi in cui l'urlo straziante di una madre può ancora giungere fino a noi, e la fine del suo disastroso matrimonio fatto di umiliazioni e percosse che si concluse appunto con una separazione, Eleonora in un primo momento così vicina alla monarchia borbonica, abbracciò la causa dell’idealismo democratico iniziando a frequentare i salotti illuminati vicini alla massoneria.

sabato 4 settembre 2021

La baronessa de Crussol

Nel 1785, Madame Vigée Le Brun espose al Salon du Louvre un superbo ritratto, quello della baronessa de Crussol. La baronessa, nata Bonne-Marie-Josephine Bernard de Boulainvilliers, moglie del barone de Crussol, luogotenente del Reggimento del re, tiene tra le mani la partitura di Eco e Narciso di Gluck. Numerosi sono i riferimenti alla regina in questo dipinto: la sciarpa "à la Marie-Antoinette" che illumina il volto della baronessa, e il fatto che Glück godesse della protezione di Sua Maestà, sono solo alcuni esempi. L'abito foderato di pelliccia nera e il pizzo sulla manica e il fazzoletto bianchi testimoniano  la perfetta padronanza del gioco di luci e ombre che fa risaltare tutta la ricchezza dell'abito.

Ma c'è qualcos'altro che lega in qualche modo la baronessa a Maria Antonietta:

La principessa di Lamballe nel ritratto di Jean-Baptiste Charpentier il vecchio


Questo splendido ritratto della principessa di Lamballe in abito lilla è stato battuto all'asta da Christie's l'8 luglio scorso, venduto per 150.000 sterline, circa 175.000 euro.

Fu quasi certamente il duca di Penthièvre a commissionare questo dipinto contemplativo della nuora al suo pittore ordinario, Jean-Baptiste Charpentier il vecchio. Dopo la morte prematura del principe di Lamballe, solo un anno dopo il matrimonio, la principessa continuò a vivere con suo suocero a Rambouillet. È possibile che l'edificio visto attraverso gli alberi sia proprio il castello di Rambouillet, poiché sopra il tetto si intravede uno dei caratteristici terminali delle torrette. Grazie ai loro vasti atti di beneficenza dentro e intorno alla loro tenuta, suocero e nuora si guadagnarono i nomi di "Re dei poveri" e "Angelo di Penthièvre".  

Charpentier dipinse diversi ritratti della famiglia del duca, tra cui un doppio ritratto del duca e di sua figlia Louise-Marie de Bourbon, futura duchessa d'Orléans, in cui lui è seduto a leggere in giardino e lei offre al padre un cesto di fiori recisi. Sia il presente ritratto che gli altri lavori di Charpentier sono eseguiti utilizzando le caratteristiche dei tableaux de mode, uno stile che si sviluppò nel 1720 attraverso il lavoro di artisti come Jean-François de Troy e che consentì di incorporare elementi della pittura di genere nella ritrattistica tradizionale. I soggetti di questo tipo di pittura vengono raffigurati mentre svolgono attività quotidiane, come leggere o bere cioccolata calda, e tutto ciò conferisce a queste opere un'aria più domestica e rilassata.

Nel suo libro "Ritratti femminili e mecenatismo alla corte di Maria Antonietta", Sarah Grant evoca proprio questo ritratto della principessa:

lunedì 14 ottobre 2019

Rosalie Lamorlière

Presunto ritratto di Rosalie Lamorlière.
Di lei non si conoscono ritratti certi ma sappiamo che la figlia di
 Joseph Boze dipinse un ritratto di Rosalie
nel periodo in cui il noto pittore si trovava in carcere.
Non conosciamo molto del suo aspetto fisico, tranne quel poco che
Madame Simon-Viennot riferì dopo averla incontrata per intervistarla nel 1836:
una donna alta e magra e dall'aria solenne che dimostrava molto meno dei
suoi 68 anni. 
"La povera ragazza non ha una storia". Così, un famoso storico dell'Ottocento, Lenotre, riassumeva la vita di Marie-Rosalie Delamorlière.
Tuttavia questa giovane piccarda, il cui ricordo sarebbe svanito dalla memoria dell'umanità al pari di tante altre persone comuni, ebbe un destino che la legò in maniera imperitura al nome di Maria Antonietta. Oggi è quasi impossibile ricostruire con esattezza la sua vita e le sue origini perché la città di Breteuil, dove nacque il 3 marzo 1768, fu praticamente rasa al suolo dai tedeschi nel 1940 e molti documenti, tra cui i registri parrocchiali, andarono perduti per sempre.
Quel poco che sappiamo di Rosalie è che era figlia di un calzolaio e che rimase orfana di madre a 12 anni. Dovette prendersi cura dei sei fratelli più piccoli e iniziare a lavorare molto presto. A 22 anni si trasferì a Parigi proprio in piena rivoluzione andando a lavorare come domestica presso Madame Beaulieu, donna di fede monarchica, il cui figlio era un famoso attore comico dell'epoca.
Per evitare qualsiasi equivoco che in un periodo storico come quello della Francia rivoluzionaria poteva anche portare a spiacevoli conseguenze, abbandonò il primo nome "Marie", eliminando in questo modo qualsiasi connotazione religiosa, e il "De"(larmolière) che non era affatto, nel suo caso, una particella nobiliare ma che avrebbe potuto sembrarlo per assonanza.

Quando Luigi XVI fu condannato a morte, madame Beaulieu, già paralizzata, ne fu annientata. Maledisse i carnefici del re e morì poco dopo. 
Suo figlio raccomandò Rosalie a madame Richard, ex merciaia e moglie del custode della Conciergerie. La ragazza prese servizio nella prigione con molta riluttanza, spinta da Monsieur Beaulieu che conoscendone l'indole caritatevole e la pronta intelligenza, la pregò di accettare un lavoro dove avrebbe potuto essere utile a tante persone oneste rinchiuse nella prigione.

Fu così che Rosalie si ritrovò a lavorare alla Conciergerie proprio nel momento in cui vi veniva trasferita la regina, nell'agosto del 1793.

martedì 23 maggio 2017

Madame de la Tour du Pin, la vita di una dama d'onore alla corte di Maria Antonietta

Molti memorialisti, quando ormai le glorie di Versailles erano tramontate, rievocavano con nostalgia lo splendore di quella corte vanesia e spensierata: gli abiti di seta e il luccichio dei gioielli, la magnificenza dei palazzi illuminati da enormi lampadari di cristallo, gli splendidi saloni da ballo, il portamento incoparabile delle dame e la galanteria dei gentiluomini.
Tra i tanti fortunati scampati alla furia del Terrore e che poterono rievocare in seguito per iscritto cosa fosse la vita alla corte di Maria Antonietta, spicca il nome di Madame de La Tour du Pin. Il suo bel libro di memorie, "Journal d'une femme de 50 ans", è un'incredibile fonte di notizie sugli eventi e le personalità del suo tempo.

Nata Lucie Henriette Dillon, la contessa (divenuta marchesa nel 1825) fu una delle dame del seguito di Maria Antonietta nonché tra le più valide testimoni oculari dei sanguinosi fatti della rivoluzione.

Era la figlia di un militare di carriera irlandese che comandava un reggimento nell'esercito francese, e di una francese molto bella di nome Lucie de Rothe, anch'essa dama d'onore della regina. Lucie era stata, per un certo periodo, amica inseparabile di Maria Antonietta. Purtroppo morì molto giovane, a soli 31 anni, dopo essersi ammalata di consunzione. In quel periodo la regina mandava sempre qualcuno ad informasi sullo stato di salute della sua amica e quando morì pianse lacrime sincere. Il giorno dopo, però, la regina espresse il desiderio di andare al Théatre Française e fu la duchessa di Duras, una dama di corte che aveva un certo potere sulla regina, a ricordarle con garbo che il giorno prima era morta Mrs Dillon. Maria Antonietta capì la gaffe e arrossì vistosamente. Questa indelicatezza fece il giro di Versailles in poco tempo, arrivando fino alle orecchie di Henriette, che non perdonò alla regina di aver pianto sua madre solo per un giorno.

Diversi parenti di Henriette ricoprivano a corte incarichi importanti e il matrimonio di Henriette con il conte de la Tour du Pin de Gouvernet fu in un certo senso agevolato dai legami della sua famiglia con la corte di Versailles. Il matrimonio fu celebrato nella cappella della reggia ed Henriette ottenne la nomina a dama d'onore. Prima però dovette essere formalmente presentata a corte e la cerimonia di presentazione ci è narrata da lei stessa con arguzia, nelle sue memorie; un passo incredibilmente ricco di dettagli su quella che era tra le cerimonie più frequenti di Versailles. Fu la principessa d'Hénin, sua zia, a condurre Henriette da Monsieur Huart, un maestro di ballo specializzato nel prepare le giovani dame alla presentazione ufficiale.

venerdì 17 febbraio 2017

Madame Marguerite

Margherita in un ritratto di Michele Gordigiani. L'azzurro era il colore prediletto
della sovrana.
"Persino i suoi saluti divennero famosi in breve tempo e le conquistarono tante simpatie - quel suo inchino a tutto vasto circolo, che dava a ciascuno l'impressione d'esser salutato particolarmente. Inchino studiato certo, ma di provato effetto. Anche il D'Annunzio anni più tardi indicherá in questa sua inimitabile arte del saluto uno dei maggiori incanti della sovrana. Assistendo al suo ingresso in parlamento, annota che la regina, accolta dagli applausi - ringrazia con quei lenti e nobilissimi inchini che sono una delle sue grazie regali; vedendola nello splendore del Quirinale, ammira la sua riverenza - il piccolo saluto disarticolato che Maria Antonietta faceva divinamente e che la nostra bionda regina fa più divinamente ancora. "

Questo passo, tratto dalla bella biografia di Carlo Casalegno, dedicata alla regina Margherita, prima regina d'Italia, ci fa inevitabilmente pensare ad un altro passo, tratto dalle memorie del paggio Tilly, il quale rievocava mirabilmente Maria Antonietta:

"Aveva due modi di camminare: uno fermo, un po’ affrettato e sempre nobile; l’altro più molle e bilanciato, direi più molle e carezzevole ma per questo non ci si dimenticava di portarle rispetto. Nessuno ha mai fatto la riverenza con tanta grazia, salutando dieci persone piegandosi una volta sola, e dando con la testa e con lo sguardo ad ognuno ciò che gli spettava: in una parola, se non mi sbaglio, come si offre una sedia alle altre donne, veniva spontaneo offrirle il trono.”


domenica 5 febbraio 2017

Ludwig II

Tra i tanti illustri ammiratori di Maria Antonietta, spicca il nome di re Ludwig II di Baviera, il re romantico e folle, noto per i suoi fiabeschi castelli e per essere stato mecenate di Wagner. Cugino dell'imperatrice Sissi, Ludwig fu allevato in uno splendido isolamento. Quando all'eta di diciotto anni salì al trono di Baviera, era un giovane di un metro e novanta, dal volto bellissimo e dolce, come un angelo di Raffaello; conquistò subito il cuore dei suoi sudditi alimentando le loro speranze di un regno glorioso. Ventidue anni dopo, lo splendido giovane era diventato un misantropo, grasso e gonfio, che si celava dietro gli sguardi della corte e del popolo, rinchiudendosi nei suoi castelli fantastici. La sua esistenza da recluso, le corse in slitta notturne e la morte misteriosa, nel lago di Stranberg lo trasformarono in un mito moderno.
Ludwig visse isolato dal mondo che lo circondava; era stato allevato senza calore e senza affetto, portandosi dietro carenze affettive che ne fecero un uomo stranamente distaccato. Nella sua solitudine, trovava conforto nei fantastici racconti che gli faceva la sua governante quando era un bambino, della vita alla corte di Luigi XIV a Versailles. Arrivò a detestare a tal punto il proprio secolo e l'ambiente che lo circondava, che cercò volutamente rifugio in un mondo meno avverso in cui poter rivivere le glorie dei secoli passati e le cupe leggende teutoniche. La sua corte ideale era popolata non dai visi ostili dei membri della corte di Monaco, ma dai fantasmi di Parsifal e di Lohengrin, di Luigi XIV e di Maria Antonietta.


lunedì 23 gennaio 2017

Il Delfino Luigi Ferdinando

L'infanta Maria Teresa Raffaella
Il 23 febbraio 1745 furono celebrate le nozze tra il Delfino Luigi Ferdinando (figlio di Luigi XV) e l'Infanta Maria Teresa Raffaella. 
La principessa, figlia di Filippo V e di Elisabetta Farnese, aveva una folta capigliatura rossa, non era particolarmente attraente ma era altezzosa e poco amabile. Tuttavia il Delfino, un ragazzone impacciato e bigotto, la trovò di suo gradimento. Molto timida, la principessa non si interessava alla vita di società, preferiva rimanere nei suoi appartamenti assieme al marito con il quale c'era una grande intesa.

C'è un aneddoto riguardante il ballo in maschera dato in onore del matrimonio dei delfini, che palesa in maniera evidente l'ingenuità di Maria Teresa Raffaella, e la sua poca dimestichezza con la vita mondana:

"Poco dopo la mezzanotte comparve la regina, senza maschera. il suo vestito era cosparso di perle e di mazzolini di fiori. Sulla sua testa splendevano in tutto il loro fulgore i due diamanti piu preziosi della corona, il Sancy e il Règent. La scortavano il delfino, mascherato da giardiniere, e la delfina, in costume da fioraia.
Quest’ultima, avvezza alla rigida etichetta spagnola, era stupita dalla spigliatezza e dai modi liberi di Versailles. E, non volendo apparire compassata, accettò di ballare con un bel gentiluomo in maschera. L’uomo si dichiarò spagnolo; e dalla nobiltà del suo comportamento, risultava evidente che poteva trattarsi solo di un Grande di Spagna. Sembrava perfettamente informato di tutte le voci che correvano sul matrimonio. All’infanta, alquanto incuriosita, sarebbe piaciuto sapere chi fosse quel personaggio. Ma l’altro non le lasciò indovinare il suo segreto, e scomparve prima della fine del ballo. La sua vera identità fu conosciuta soltanto il giorno dopo: l’uomo era il cuoco spagnolo del marchese di Tessè.
Tutta la corte rise a crepapelle, e la povera delfina, che non aveva saputo tacere, rimase alquanto mortificata."

mercoledì 18 gennaio 2017

Madame Tussaud

Madame Tussaud in una vecchia cera che la ritrae
in età giovanile
Il primo museo delle cere che si ricordi fu la Chambre du Sublime, donata nel 1675 da Madame de Thianges al duca del Maine, con personaggi dell'epoca raffigurati in cera.

Fu però nel Settecento che la ceroplastica divenne un'arte su più fronti: in campo religioso, in campo scientifico e nella ritrattistica. La cera d'api veniva lavorata facendo uso di pigmenti, in modo da raggiungere un effetto di impressionante realtà. Gli occhi erano in vetro; capelli, barbe, stoffe, erano spesso vere e in molti casi appartenevano ai diretti interessati. Tutto ciò ha da sempre un effetto che attira e respinge allo stesso tempo perché cera e carne sono in fondo molto simili (molli e deperibili) e quindi provocano nello spettatore delle sensazioni che di norma non si provano di fronte ad una scultura o ad un ritratto.

Il museo delle cere più noto al mondo è sicuramente quello fondato da Madame Tussaud, nata Marie Grosholtz. Allieva del dottor Curtius, che le insegnò fin da piccola l'arte della "ceroplastica", Marie entrò presto in contatto con la corte di Francia, tanto da venire invitata a risiedere a Versailles dove vi rimase otto anni, insegnando arte alla sorella di Luigi XVI, Madame Elisabeth.

Acquaforte di anonimo che riproduce le cere dei sovrani seduti ad un tavolo per una cena, parrebbe intima. Queste cere opera del dottor Curtius, erano esposte al Salon de Cire, presso il Palais Royal. Furono tutte ereditate da Madame Tussaud. Purtroppo, tranne una cera che rappresenta Madame Du Barry, le cere del dottor Curtius, finirono distrutte in un incendio

Autrice di interessanti memorie, Marie fu testimone oculare degli eventi più tragici e sanguinosi della Rivoluzione. Il giorno in cui fu massacrata la principessa di Lamballe, i suoi "selvaggi assassini" si recarono da lei e le gettarono la testa della povera principessa in grembo perché ne prendesse l'impronta del volto. Marie aveva conosciuto la Lamballe e nelle sue memorie racconta come le mani le tremassero per l'orrore, a tal punto che quasi non riusciva a lavorare.

Imprigionata assieme alla futura imperatrice Josephine, Madame Tussaud era praticamente certa di finire sul patibolo ma il Terrore la risparmiò su interessamento del pittore David che la stimava, perché si dedicasse all'arte della ceroplastica, divulgando, come monito, i calchi dei giustiziati più illustri. Il fatto che il corpo della regina fu lasciato incustodito per alcune ore al cimitero della Maddalena, consentì a Madame Tussaud di ricavarne l'impronta del volto.



Un ritratto in cera della principessa di Lamballe, eseguito da Madame Tussaud nel 1789
Al momento della riesumazione dei cadaveri dei reali, la testa della regina apparve ben riconoscibile, come testimoniato dallo stesso Chautebriand nelle sue "Memorie d'oltretomba": "nel mezzo dell'ossario, riconobbi la testa della regina, dal sorriso che quella testa mi aveva rivolto a Versailles". Un sorriso che Madame Tussaud definisce nelle sue memorie "di incanto" e "capace di convertire a sé il più spietato dei nemici". Il macabro lavoro svolto da Marie con tanta freddezza, non deve stupire. La scultrice era stata per tanti anni assistente del medico Curtius ed era ormai abituata a ragionare lei stessa come un medico.

domenica 15 gennaio 2017

La zarina Alessandra

La zarina Alessandra in una fotografia
L'omaggio più inquietante reso a Maria Antonietta proviene sicuramente dalla zarina Alessandra.

L'ultima zarina di Russia, nata Alice d'Assia Darmastadt, ebbe una sorta di venerazione per l'ultima regina di Francia. Alessandra discendeva dall'amica di Maria Antonietta, la principessa Louise. Inoltre sia Alessandra che Maria Antonietta discendevano da Giorgio II d'Assia Darmstadt, la cui nipote aveva sposato l'imperatore Leopoldo I. 
Nipote della regina Vittoria e portratrice sana dell'emofilia che trasmise all'unico figlio maschio, la zarina aveva un carattere chiuso e malinconico, in perfetta armonia con lo zar suo marito che aveva il medesimo temperamento. 

Nel 1896, durante una visita ufficiale in Francia, alla zarina fu assegnata la camera di Maria Antonietta a Versailles. Alessandra ne fu felicissima ma la sistemazione era stata accolta con "orrore represso" dal suo seguito, che l'aveva trovata "di cattivo augurio". 

La zarina teneva un ritratto di Maria Antonietta sulla sua scrivania al Palazzo d'Inverno mentre nel suo salottino d'angolo, nel palazzo di Alessandro a Tsarskoe Selo, c'era un arazzo rappresentante la regina con i figli, eseguito nel 1887 sulla base del ritratto di Mme Vigée Le Brun.


sabato 14 gennaio 2017

La principessa di Chimay

Un bellissimo ritratto della principessa di Chimay
conservato al museo di Versailles
 esposto alla parete appositamente riservata ai
 "retraite à la dame d'honneur" nei cabinets de la reine. 
E' cosa nota che, pur di risiedere a Versailles accanto al sovrano, i nobili si accontentassero di occupare persino gli appartamenti nelle soffitte della reggia, rinunciando a vivere nei loro lussuosi palazzi. E' questo il caso della principessa di Chimay.

La principessa, nata Laure de Fitz-James (1744-1814), fu dama di palazzo di Maria Antonietta dal 1770 al 1777, divenendo poi dama d'onore nel 1777, succedendo alla contessa di Noailles. Maria Antonietta nutriva amicizia e rispetto per la principessa tanto che la Chimay occupò il ruolo di dama d'onore fino alla caduta della Monarchia. Descritta dalla baronessa d'Oberkirch come "donna piena di fascino, buona, elegante e distinta per la sua condotta e le sue virtù", la principessa aveva uno stupendo appartamento a Versailles di più di 12 stanze, con vista sul parterre di mezzo, nel luogo dove si trova oggi la vetrata della galleria delle battaglie. A causa della sua collazione nell' ala del palazzo in cui nella prima metà dell' 800 si fece scempio degli appartamenti originali, oggi non conosciamo precisamente la distribuzione di questo alloggio, ma la sua ampiezza si spiega facilmente poiché la dama d’onore, per l’incarico ufficiale che rivestiva a corte e per ragioni di rappresentanza, conduceva una vita mondana intensa ed era abituata a ricevere spesso gente. Era d’uso, inoltre, che le dame di recente “presentazione” (nobili appena entrate nella societa’ e presentate a corte) dovessero fare una visita di cortesia alla dama d’onore alla vigilia della presentazione alla regina.
Fuori servizio (vale a dire al “risveglio”, alle “abluzioni”, alla “messa”, “ai grandi pasti”, alle “passeggiate”, e all’ “addormentarsi” della regina) madame de Chimay riceveva elemosinieri e commensali, teneva banco tutti i giorni, teneva ricevimenti e balli, sempre a nome della regina.
Per questo il suo appartamento doveva contare anticamere, sala da pranzo, un grande studio, un salone ed un appartamento completo di cucina (era rarissimo ottenere un appartamento fornito di cucina a Versailles, come ci rammenta anche Saint- Simon).




mercoledì 11 gennaio 2017

Lady Georgiana Spencer

Lady Georgiana Spencer, meglio nota come Georgiana Cavendish duchessa del Devonshire, qui a sinistra in un celebre ritratto eseguito da Thomas Gainsborough, era una nobildonna inglese celebrata dai contemporanei per la sua bellezza, il suo carisma, per il suo femminismo ante litteram,  e per il fatto di essere un'icona di stile capace di influenzare la moda inglese. Fu dunque un arbiter elegantiarum al pari di Maria Antonietta. Le due donne avevano molte cose in comune oltre a questo: entrambe in attesa febbrile di una prole che tardava ad arrivare, entrambe inizialmente poco amate dai propri consorti ma adorate da chiunque altro, entrambe accanite giocatrici d'azzardo (Georgiana arrivò a contrarre debiti pari a 18 miliardi delle vecchie lire al tavolo da gioco), entrambe con uno spiccato istinto materno.

Georgiana, a partire dai 16 anni, aveva soggiornato a Parigi per diversi periodi della sua vita, piacendo immediatamente alla Corte francese. Successivamente, strinse amicizia con Maria Antonietta e Madame de Polignac; le tre amiche ostentavano sul petto i regali che si facevano reciprocamente, le ciocche di capelli che si scambiavano in segno di amicizia.

Il legame tra Maria Antonietta e Georgiana sarà duraturo, lo testimoniano le lettere che la duchessa spediva di frequente alla regina che nella corrispondenza veniva chiamata Mrs Brown. Erano oltretutto, secondo Lady Clermont che ebbe modo di conoscere Maria Antonietta nel 1775, molto somiglianti.

Accomunate dalla medesima passione per la moda, Georgiana e Maria Antonietta si omaggiavano a vicenda sponsorizzando i trend che avevano lanciato e furono una continua fonte di ispirazione l'una per l'altra. L'utilizzo delle piume nei capelli fu una tendenza introdotta da Georgiana che aveva ricevuto in dono dalla regina una piuma che lei utilizzò immediatamente per adornare un'acconciatura. Scopo della Duchessa era, non solo celebrare in tal modo l'amicizia con Maria Antonietta, ma anche rendere popolari a scopo commerciale, le enormi piume di struzzo.
Alla stessa Georgiana va riconosciuta inoltre la sperimentazione dell'altissimo Pouf a Tre Torri, difficilissimo da equilibrare sul capo.
Quasi automaticamente a Versailles scoppiò l'anglomania incoraggiata dalla stessa Maria Antonietta che amava le danze scozzesi e lo stile britannico.

Nel 1783 la Regina inviò a Georgiana una chemise di mussola con splendidi pizzi e la Duchessa fece una delle sue entrate di maggior successo ad un ballo del Principe del Galles cosi abbigliata, lanciandone la moda anche in Inghilterra.

Maria Antonietta in una miniatura di Bourdieu fils, in una posa vagamente spagnoleggiante e con un gran cappello à la Devonshire. La miniatura è stata recentemente aquistata da un privato.

lunedì 9 gennaio 2017

I conti del Nord

Nel settembre del 1781, gli eredi al trono di Russia, il Granduca Paolo e sua moglie Maria, nata Sofia Dorotea di Wurttemberg, intrapresero il grand tour europeo sotto il falso nome di conte e contessa di Severny. Presto ribattezzati "conti del Nord", i granduchi arrivarono a Versailles il 18 maggio 1782.
Il Granduca Paolo futuro zar Paolo I - ritratto di Roslin
Paolo raggiunse la reggia il giorno prima della visita ufficiale senza farsi riconoscere e, mescolatosi alla folla dei cortigiani, aveva osservato le abitudini di quella corte tanto chiacchierata. Quando rientrò all'Ambasciata Russa, descrisse Versailles a sua moglie in termini così entusiastici che la granduchessa ne fu profondamente intimorita. Nella speranza di ritrovare la fiducia in sé stessa, ormai turbata dalla descrizione che il marito le aveva fatto della regina, convocò subito Mademoiselle Bertin e ordinò abiti che eguagliassero quelli delle donne più eleganti di Parigi. Mentre la coppia si recava in carrozza a Versailles, la granduchessa chiese con ansia al marito se la trovasse avvenente quanto Maria Antonietta. Nello stesso momento Maria Antonietta era in preda ad un attacco di panico. Entrambe erano agitate all'idea di quell'incontro; la regina di Francia a causa della sua paura delle donne colte e intelligenti (Maria pur non essendo bella era estremamente colta); Maria temeva invece il confronto con Maria Antonietta, la cui bellezza era celebre in tutta Europa.

Maria Feodorovna - ritratto di Roslin
Quando la carrozza principesca oltrepassò i cancelli del Palazzo, Maria Antonietta bevve un grosso bicchiere d'acqua e confidò a Madame Campan che "il ruolo di regina era più difficile da interpretare in presenza di altri sovrani, piuttosto che con i cortigiani". Tuttavia, con professionalità e gentilezza, diede il benvenuto ai Conti del Nord da vera sovrana.

domenica 11 dicembre 2016

La pittrice della regina

Madame Vigée Le Brun a 16 anni in un autoritratto a pastello
Maria Antonietta non era un soggetto facile da ritrarre. Molti pittori si erano cimentati nell'impresa ma furono davvero in pochi a coglierne la vera essenza. Fu la giovane Elisabeth Vigée Le Brun la sola che probabilmente riuscì a trasferire su tela la soprendente freschezza e il fascino evanescente di una donna che non era bella nel senso che diamo noi a questa parola ma in un certo senso semplimente graziosa e dotata di una allure che sfidava ogni critica.
La pittrice vedeva la regina con gli occhi acritici del pittore di corte, la cui carriera dipendeva dai favori di una donna che desiderava essere immortalata più come regina della moda che come regina di Francia. Tuttavia fu la sola che riuscì a minimizzarne i difetti dando il massimo rilievo ai pregi, come nel delizioso ritratto con la rosa, che mette in evidenza le bellissime mani.

Coetanea di Maria Antonietta e dal talento precoce, Madame Vigée Le Brun era la figlia di un pittore poco noto e di una parrucchiera. Aveva sposato a 20 anni un collega pittore, Jean-Baptiste Le Brun, donnaiolo e con il vizio del gioco, che sfrutterà la carriera e la celebrità della moglie. Al tempo stesso però, Monsieur Le Brun era un ottimo mercante d'arte e sua moglie ne trarrà beneficio per la sua professione. Da questo matrimonio che finirà presto, nacque un'unica figlia, l'amatissima Jeanne-Julie-Louise. Nemmeno durante la gravidanza Elisabeth lascerà i pennelli; si dice che solo durante il travaglio smise di lavorare.

lunedì 10 ottobre 2016

Politiche matrimoniali

Madame Royale in un ritratto di Monsorno
Nel 1787 la regina Maria Carolina inviò in gran segreto in Francia, come si evince dalle memorie di Madame Campan, il cavaliere di Bressac, un colonnello francese entrato nell'esercito napoletano. La regina di Napoli aveva in mente un matrimonio tra il suo figliolo, Francesco duca di Calabria ed erede al trono, e la figlia di Maria Antonietta che all'epoca aveva circa nove anni. Il cavaliere aveva quindi il compito di riferire in via del tutto informale e senza cerimonie, il progetto di Carolina a Maria Antonietta. La regina, pur apprezzando la proposta di un'unione tra le due casate, rifiutò sostenendo che sposando il duca d'Angouleme, Maria Teresa Carlotta non avrebbe perso il rango di figlia del re, che la sua posizione sarebbe stata di lunga preferibile a quella di regina di un altro paese, che niente in Europa poteva essere paragonato alla Corte di Francia. Sarebbe stato inoltre necessario, per non esporre la piccola principessa a dei rimpianti, inviarla a Napoli fin da allora in quanto i ricordi e i confronti le avrebbero provocato le stesse pene che aveva patito lei da adolescente, strappata da una corte che amava. La regina era ben a conoscenza delle difficoltà incontrate dalla sorella Carolina nel Regno di Napoli, sempre ai ferri corti con la Spagna; anche per questo volle evitare grattacapi a sua figlia inviandola in una corte ricca di problematiche. 

domenica 25 settembre 2016

L'ultima favorita di Francia

Un ritratto della baronessa Albertine Elisabeth
de Nivenheim van Nieukerque in un ritratto
di Greuze, 1770
La baronessa Albertine Elisabeth de Nivenheim van Nieukerque, divorziata dal commerciante olandese Pater, sposò il marchese di Champcenetz nel 1779 dopo essere stata l'ultima favorita di Luigi XV.
Seriamente innamorato, il re amò questa bellissina dama in segreto, al punto che il duca d'Auguillon, alcuni mesi prima della morte improvvisa del sovrano, aveva assuefatto Albertine all'idea che presto essa avrebbe preso il posto di Madame Du Barry, la quale sarebbe stata allontanata. Il re le concesse una ricca pensione e le offrì l'uso di un appartamento nel castello di Meudon.
 Despréaux, futuro marito di Mlle Guimard, scrive:
 "Era la più bella donna che io avessi mai visto al mondo... Luigi XV le aveva dato un alloggio al pianterreno del castello di Meudon, perché aveva intenzione di sposarla. Dell'affare si occupava il marchese de Champcenetz, governatore del castello reale di Meudon".
Negli anni della rivoluzione la marchesa emigrò con la Polignac e si attivò per la causa dei reali. Morì a Fontainebleau del 1805.

martedì 20 settembre 2016

Gli intrighi matrimoniali di Maria Carolina

Ferdinando III, Granduca di Toscana
Quando morì l'imperatore Giuseppe II, il trono imperiale passò al fratello Leopoldo che per molti anni era stato Granduca di Toscana. Prima di partire per Vienna il neo imperatore volle che il figlio Ferdinando, che avrebbe preso il suo posto come granduca (al primogenito Francesco era destinato il trono imperiale) si sposasse. A tal riguardo Leopoldo si rivolse, per la scelta della sposa, alla sorella Maria Carolina madre di molte figlie in età da marito. A tutta prima la scelta cadde sulla primogenita di Carolina, la bella Maria Teresa. Ma quando sembrava ormai tutto pronto per la richiesta ufficiale, Elisabetta di Wurttemberg, moglie dell'arciduca Francesco, morì per i postumi di un parto. Francesco rimasto vedovo giovanissimo e con una bambina, ne fu sinceramente addolorato. Fu a quel punto che Leopoldo, nel tentativo di lenire il dolore del figlio, si rivolse nuovamente alla sorella per chiederle la mano di un'altra principessa, questa volta da destinarsi al figlio Francesco. La scelta cadde su Luisa Amalia che a detta della corte di Napoli era "un po' difettosa della persona, benché graziosissima come la sorella maggiore". In realtà Carolina ne fu allarmata; nel ritratto eseguito dal magico pennello della Le Brun, Luisa appare indubbiamente molto graziosa ma in realtà era tutto fuorché una bellezza. La pittrice nelle sue memorie scrisse che ritrarla fu penoso perché la principessa durante le sedute faceva smorfie continue: "... quest'ultima era molto brutta, e faceva così tante smorfie che non avevo voglia di finire il suo ritratto".

sabato 17 settembre 2016

Francesco I imperatore d'Austria

Francesco in un ritratto giovanile.
Uno sbaglio che fanno in molti è quello di parlare di
 "imperatore d'Austria" prima del 1806.
Poiché l’abolizione del titolo di Imperatore dei Romani ebbe
luogo formalmente nel 1806, Francesco fu il primo
 Imperatore “doppio” della storia, essendo stato
 Francesco II come imperatore dei Romani e
 Francesco I come imperatore d’Austria.
"Mi sono chiesto se si conveniva alla dignità dell'imperatore, al suo stesso interesse, assistere alla sorte da cui è minacciata la sua augusta zia senza nulla tentare per sottrarvela o per strapparvela ... L'imperatore non ha forse in questa particolare circostanza doveri da adempiere? Non conviene perdere di vista che la condotta che il nostro governo presceglierà verrà un giorno giudicata dai posteri; ma come non temere la severità di tali giudizi, se fosse provato che, essendo la regina di Francia a tal punto minacciata, S.M. l'imperatore non ha fatto tentativo né sacrificio alcuno per salvarla?"
Questa, lettera abbastanza audace per la penna di un diplomatico, fu inviata dal conte Mercy all'imperatore Francesco II, nipote di Maria Antonietta. Ma, come scrive sagacemente Stefan Zweig, "nel ventiquattrenne, gelido, insensibile, meschino Kaiser Franz, che non ha nell'anima neppure più una scintilla dello spirito di Maria Teresa, Maria Antonietta non trova né comprensione né volontà di aiuto."

L'imperatore Francesco fu in effetti un personaggio ambiguo e di non facile lettura e nei confronti della zia che non aveva mai conosciuto, mostrò indifferenza arrivando a dire, al cavaliere di Rougeville che ne sollecitava l'aiuto:
"mia zia saprà ben morire".

Sul carattere dell'imperatore esistevano opinioni discordanti già all'epoca. Secondo alcuni, egli era uno stoico che affrontava sereno e compassato ogni vicenda, irritandosi solo quando si trattava di pagare in contanti. Secondo altri era un Quinto Fabio, capace solo di temporeggiare ed esitare, con velleità di sovrano assoluto ma privo della forza di volontà necessarie ad agire. La sorte di una regina deposta era assolutamente ininfluente ai fini politici e Francesco non pensò neanche lontanamente di scendere a patti con la Francia, nemmeno quando la zia fu trasferita alla Conciergerie.
Mercy lasciò scritto disgustato da tale condotta: "Non l'avrebbero salvata neppure se l'avessero vista con i propri occhi salire la ghigliottina". Ma il giudizio più duro è quello di Madame Royale che liberata su interessamento dell'imperatore in cambio di prigionieri politici, visse per qualche tempo a Vienna. La principessa lasciò scritto: "Non potevo immaginare l'indegna condotta dell'imperatore che ha lasciato perire mia madre, sua zia, senza muovere un passo per salvarla".
Qualche anno dopo Napoleone poté osservare: "Era massima stabilita nella casa d'Austria mantenere il silenzio sulla la regina di Francia. Al nome di Maria Antonietta abbassano gli occhi e mutano costantemente discorso, quasi per sfuggire a un argomento spiacevole e imbarazzante. E' una regola adottata da tutta la famiglia e raccomandata ai rappresentanti all'estero."

giovedì 26 maggio 2016

Madame Auguié


Mme Auguié in un ritratto di Anne Vallayer Coster
Adelaide Henriette Genet, detta Madame Auguié, era la femme de chambre di Maria Antonietta e la sorella minore di Madame Campan.

Mme Le Brun, nelle sue memorie, così la descrive: "Ho conosciuto poche donne belle e piacevoli come Madame Auguié. Alta, con una figura attraente; il viso, con la sua carnagione di crema e pesche, era fresco, i suoi begli occhi brillavano con dolcezza e gentilezza".

La regina era molto affezionata ad Henriette e la soprannominava 'la mia leonessa' per via della sua eccezionale statura e del suo fiero portamento.

Henriette fu una delle dame che la notte del 5 ottobre 1789 avvisò Maria Antonietta del pericolo e della folla entrata nel castello. La regina, in segno di gratitudine le regalò uno degli splendidi necessaire da viaggio che aveva fatto realizzare per la fuga di Varennes. Madame Auguié rimase al servizio dei reali fino al giorno dell'assalto alle Tuileries. L'ultimo servizio reso a Maria Antonietta fu quello di imprestarle del denaro. Con il sistema nervoso a pezzi e con la paura di essere arrestata, Adelaide si suicidò il 26 luglio 1794, due giorni prima della fine del Terrore.

Henriette lasciò tre figlie poco più che bambine: Antoinette-Louise, Aglaé- Louise e Adelaide-Henriette, detta Adèle.

Aglaé in un ritratto eseguito dalla sorella Adèle
Adèle in un autoritratto
Antoinette si ricongiunse al padre che era emigrato in Inghilterra, mentre Aglaé e Adèle furono affidate alla zia, grazie alla quale, divenuta precettrice dei nipoti di Bonaparte, riuscirono ad inserirsi nella corte napoleonica.
Le giovani figlie di Madame Auguié, furono, assieme ad Ortensia, la figliastra di Napoleone, tra le prime allieve della scuola gestita da Madame Campan dove prendevano lezioni di disegno dal famoso pittore Isabey, professore dell'istituto. L'amicizia di Aglaé e Ortensia durerà fino alla morte di quest'ultima, avvenuta nel 1837.

Ritratto di Aglaé e Ortensia eseguito nel 1802 da Adèle. Museo della Malmaison
Adèle che era un'abile pittrice, sposò il barone de Broc, generale napoleonico, e divenne dama di palazzo di Ortensia. Morì in un incidente, scivolando e annegando in un fiume alla presenza dell'amica, che rimase sconvolta. Ma ancor di più rimase sconvolta Aglaé che vedeva morire sua sorella dopo sua madre.
Aglaè aveva sposato nel 1802 il Maresciallo Michel Ney, grazie all'intercessione di Giuseppina, creato da Napoleone Maresciallo di Francia, duca d'Elchingeen e principe della Moskowa.
Alla caduta di Napoleone, il Maresciallo Ney fu arrestato, processato e fucilato a Parigi, presso i Giardini del Lussemburgo. Fu il terzo grande dolore di Aglaé, che rimase vedova a 33 anni e sopravvisse alla perdita per quasi 40 anni.