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giovedì 11 novembre 2021

Gli ambasciatori di Tippoo Sultan a Versailles

Questo dipinto, intitolato "Passeggiata degli ambasciatori di Tipu Sultan nel parco di Saint-Cloud", fu realizzato da Charles-Elou Asselin nel 1788 e mostra quanto potesse essere internazionale il mondo del XVIII secolo. La delegazione di Tipu Sultan era arrivata in Francia per cercare di ottenere un'alleanza con Luigi XVI contro gli inglesi stanziati a Mysore. Tipu Sultan avrebbe voluto espandere il commercio con la Francia e i doni che offriva - abiti di cotone, diamanti e perle - esprimevano le sue intenzioni. L'ambasciata di Mysore e i suoi doni, che furono esposti pubblicamente a Parigi, scatenarono accesi dibattiti sullo status della Francia in India e sugli interessi commerciali e geopolitici di Luigi XVI.  Folle di francesi vennero ad accogliere con curiosità i tre ambasciatori durante una passeggiata a Saint-Cloud tra parigini alla moda e venditori di tessuti. L'evento fu immortalato in questa tela che per noi posteri ha la duplice funzione di mostrare la politica internazionale della fine del '700 e quella di illustrare la vivace moda del tempo. La fine degli anni '80 del XVIII secolo fu un'epoca di cappelli e berretti enormi e stravaganti. La varietà modaiola, come i cappelli che assomigliano a torte nuziali, è catturata in un dipinto che misura soltanto 96 cm.





Accostando elementi presi in prestito dalle illustrazioni di moda, vedute topografiche e stampe popolari, Asselin suggerisce come il commercio internazionale e la rivalità imperiale avessero trasformato la monarchia francese, forse contribuendo alla sua crisi.

sabato 7 novembre 2020

Pomme de terre alla corte di Luigi XVI

La prima rappresentazione in Europa della pianta di patata
opera di Clusius, 1588

Uno dei primi dipinti di Van Gogh si intitola "I mangiatori di patate": raffigura una famiglia contadina impegnata a cenare con un piatto di tuberi, in un locale buio e cupo che fa passare l'appetito solo a vederlo. Per più di tre secoli, dal primo '600 a metà '900, le cene contadine di mezza Europa (con la Germania in pole position) sono state come in quella tela: povere di luce e ricche di patate.

Originaria dell'America, la patata arrivò in Europa con i conquistadores. La gente, però, l'accolse con sospetto, un po' perché all'inizio era usata nel menù dei detenuti; un po' perché la blanda tossicità che hanno i tuberi mal conservati fu descritta come un pericolo grave. Ci fu persino chi accusò le patate di trasmettere la lebbra. Solo con l'età barocca la patata si fece spazio nelle cucine europee. Forse perché le guerre e le pestilenze del '600, col conseguente impoverimento, avevano reso meno diffidenti i palati. Così i tuberi americani cominciarono a conquistare le tavole dei poveri, soprattutto nei paesi più coinvolti nelle guerre dell'epoca: Germania, Polonia, Svizzera, tuttora fra i maggiori consumatori.

A portarle sulle tavole dei ricchi fu il geniale agronomo parigino Antoine Parmentier che aveva conosciuto le patate mentre era prigioniero dei prussiani e, prima della Rivoluzione donò a Luigi XVI e Maria Antonietta alcuni fiori di pomme de terre. I sovrani ne fecero effimere ghirlande, che sdoganarono la patata anche in Francia. Come Federico il Grande di Prussia e altri colleghi, Luigi XVI afferrò immediatamente il potenziale della patata come alimento base che poteva fare la differenza quando le colture di grano erano state messe a repentaglio da malattie o maltempo. Il sovrano offrì quindi a Parmentier una superficie per la coltivazione di patate. Furono eretti muri e fu istituita una guardia per proteggere il terreno. L'aria di mistero suscitò la curiosità della gente, e ciò raddoppiò quando le guardie iniziarono ad accettare tangenti per consentire alle persone di raccogliere patate. Tutta questa messa in scena incoraggiò la popolazione a guardare l'umile tubero da una nuova prospettiva. Da quel momento la patata fu consacrata per sempre nella cucina francese nel 1785. In quell'anno, la carestia colpì la Francia settentrionale, ma i poveri furono in grado di sopravvivere, grazie all'umile patata. La morte di molti per fame era stata evitata.

giovedì 3 settembre 2020

Un italiano a Versailles - L'ultimo insegnante di lingue dell'Ancien Régime

Una rara miniatura di Jean Pierre Chasselat che
 rappresenta i 4 figli di Luigi XVI e Maria Antonietta
Nonostante la lingua francese, tra il XVII e il XVIII secolo, fosse la lingua ufficiale adottata dalle corti di tutta Europa, i re di Francia erano comunque tenuti ad apprendere le lingue degli altri paesi. Era consuetudine iniziare l'apprendimento dell'inglese, dell'italiano e dello spagnolo verso i sette anni tramite professori scelti per l'istruzione dei rampolli reali. Fu così per Luigi XIV che imparò l'italiano e lo spagnolo, per Luigi XV che era in grado di leggere diverse lingue e per Luigi XVI che conosceva molto bene l'italiano e che traduceva con facilità testi scritti in inglese e tedesco (cosa rara in un periodo storico in cui i principi germanici parlavano fluentemente il francese a discapito della loro lingua madre). Gli insegnanti di lingue scelti per i giovani principi erano per lo più stranieri e di loro oggi si sa molto poco. Merita di essere menzionato l'ultimo insegnante che portò il titolo di "Maestro di lingue dei bambini di Francia". Furono suoi allievi il primo Delfino Luigi Giuseppe, il piccolo duca di Normandia (futuro Luigi XVII) e Madame Royale. Il suo nome era Barthélémy Gatteschi originario della Toscana, regione in cui era nato nel 1738. Non è noto il modo in cui riuscì a stabilirsi a Versailles fin dal 1770. Probabilmente la sua fortuna fu legata alla sua capacità di sapersi infilare nei corridoi di palazzo. Versailles, fin dal 1762, era diventata la sede del Ministero degli Affari Esteri. Accanto agli impiegati c'erano gli interpreti ufficiali e Gatteschi risulta essere interprete presso il Ministero; era in grado di parlare correntemente il francese, l'inglese e conosceva i rudimenti della lingua spagnola. Si può quindi immaginare il percorso della sua ascesa.Nel 1775 il conte di Cardi gli aveva ordinato la traduzione di tre importanti documenti di carattere genealogico scritti in italiano.

sabato 17 dicembre 2016

Il Tè

La marchesa di Montesson, la marchesa di Crest e la contessa di Damas bevono
il tè -  Carmontelle
La bevanda più elegante che si possa gustare arrivò tardi in Europa, alla fine del XVI secolo, anche se alcuni viaggiatori ne avevano già fatto menzione nei loro scritti. La vendita del tè a tazze o a bricchi si iniziò nei caffè di Venezia nel 1599. Undici anni dopo, per merito della Compagnia Olandese delle Indie, il tè fu importato anche in altri paesi europei. Le foglioline che si compravano a caro prezzo dallo speziale erano considerate un medicinale grazie alle loro proprietà lassative. Ci volle ancora qualche decennio perché questa bevanda iniziasse la sua incredibile ascesa. Il 3 settembre del 1658 sul settimanale "Mercurius politicus" un annuncio pubblicitario comunicava ai lettori che nella Sultaness Head Coffee House, presso il Royal Exchange di Londra, veniva servita "una nuova bevanda cinese, approvata da tutti i medici, che i cinesi chiamano Tcha e altre nazioni Tay, vale a dire Tea". Pochi anni dopo, nel 1662 Caterina di Braganza, moglie di Carlo II, ne diffuse la moda a corte.

Come tutte le novità anche il tè incontrò molte resistenze. Vi fu persino chi, come Jonas Hanway, sosteneva che, bevendolo, gli uomini perdessero la statura e le donne l'avvenenza. Samuel Johnson si descriveva invece come un "bevitore di tè inveterato e senza pudori, che per vent'anni ha annaffiato i suoi pasti unicamente con l'infuso dell'affascinante pianta, che con il tè ha dato il benvenuto al mattino".

sabato 27 febbraio 2016

La cioccolata

La bella cioccolataia - Jean-Etienne Liotard (1744)
"Diffidate dell'acqua, del vino, di tutto: vivete di cioccolato!" scriveva Stendhal nella Certosa di Parma. 

Chi non ama la cioccolata? Questo "cibo degli Dei", così definito da Linneo con il nome scientifico di Theobroma cacao (da "theos", Dio e "broma", cibo). Quale altra pianta può offrire un cibo così versatile come la cioccolata? Pare impossibile che prima della scoperta di Colombo, l'Europa non conoscesse il cacao. Introdotto dagli Spagnoli dopo la conquista del Nuovo Mondo, il cacao ebbe la sua massima diffusione nel Seicento. Siccome non lo si mescolava ancora con lo zucchero di canna, la bevanda che se ne ricavava era alquanto amara. Solo più tardi, con la diffusione di piante come la canna da zucchero e la vaniglia, la cioccolata venne addolcita e assunse un sapore simile a quello della bevanda che noi consumiamo oggi.

Ad introdurla in Italia fu Caterina d'Austria, figlia del re di Spagna, Filippo II, sposa di Carlo Emanuele I di Savoia. Ma a dare un contributo decisivo alla sua diffusione nel nostro paese fu Antonio Carletti che introdusse la cioccolata a Firenze. Cosimo I de' Medici amava particolarmente la versione al gelsomino; era uso comune aromatizzare la cioccolata per conferirle un retrogusto raffinato. Francesco Redi, cioccolatiere di corte, ci riferisce che la cioccolata di Cosimo III era aromatizzata con scorze fresche di cedro e limone, fiori di gelsomino, cannella, vaniglia, ambra e muschio (essenze di origine animale utilizzate principalmente in profumeria, oggi difficilissime da trovare ed estremamente costose). I gelsomini freschi venivano disposti fra strati di cacao all'interno di scatole ermetiche per diversi giorni. I fiori venivano regolarmente cambiati, in questo modo il cacao veniva impregnato dell'inebriante profumo dei gelsomini.