martedì 18 ottobre 2016

La cella di Maria Antonietta

L'ultimo giorno di Maria Antonietta -
 Louis Baader (1820-1919) Musee des Beaux-Arts, Rennes, Francia
La prima cella in cui Maria Antonietta fu rinchiusa alla Conciergerie, non era una vera e propria cella ma una camera abbastanza larga, divisa in due da un arco e con una finestra che si apriva a fior di terra sul cortile detto "delle donne", perché le prigioniere vi si recavano per fare due passi e lavare alla fontana (ancora oggi presente) i panni sporchi. 
Questa camera, in cui la regina visse per circa 40 giorni insieme con i due gendarmi di guardia, era precedentemente occupata dal generale Custines, e in altri tempi era stata utilizzata dai consiglieri del parlamento che in determinati periodi dell'anno vi si riunivano per raccogliere le lagnanze dei prigionieri. La vicinanza della Senna la rendeva inabitabile. Le pareti, dalle quali pendeva a brandelli una vecchia tappezzeria con i gigli di Francia, trasudavano umidità. Richard, il custode della Conciergerie, che trattò la regina con grande umanità, si dette la pena di coprire la parete contro la quale si trovava il letto con una grossa tenda, provvedendo anche a reperire un paravento perché Maria Antonietta potesse avere un minimo di privacy senza essere vista dai due gendarmi.

lunedì 17 ottobre 2016

L'ultimo ritratto di Maria Antonietta

Disegno estemporaneo di David che ritrae la regina condotta al patibolo.
Parigi, Louvre
Purtroppo genio e bellezza d'animo non sempre vanno a braccetto. E' questo il caso di Jacques-Louis David, il grande pittore che realizzò l'ultimo drammatico ritratto di Maria Antonietta condotta al patibolo. 

"All' angolo di Rue Saint-Honoré, dove si trova il Caffè della Reggenza, c'è un uomo che attende con la matita pronta e un foglio di carta in mano. E' Louis David, uno dei più grandi artisti del suo tempo.
Durante la Rivoluzione è stato fra i più pronti a vociare; sempre servo dei potenti quando sorride loro la fortuna, sempre li abbandona nel pericolo. Dipinge Marat sul letto di morte, l'8 termidoro giura pateticamente a Robespierre "che vuoterà con lui il calice fino alla feccia", ma già il 9, durante la fatale seduta, quella sete eroica gli è passata e il triste parolaio preferisce tenersi rimpiattato in casa, sfuggendo per questa codardia alla ghigliottina. Nemico accanito dei tiranni durante la rivoluzione, sarà il primo a passare al nuovo dittatore e a ottenere, per aver dipinto l'incoronazione di Bonaparte, il titolo di barone, rinunciando in cambio al suo antico e feroce odio per gli aristocratici. Tipo dell'eterno transfuga alla riva del potere, adulatore con i fortunati, spietato con i vinti, ritrae vincitori sul trono come i vinti sul patibolo. Da quella stessa carretta che porta ora la regina, lo scorgerà più tardi, tra la folla, Danton, che conosce la sua viltà e che prima di morire lo frusta con il grido pieno di sprezzante sdegno: "Anima di servo!".

domenica 16 ottobre 2016

16 ottobre 1793

"Ha potuto ottenere due candele, un foglio di carta, una penna e l'inchiostro. Mentre Busne sonnecchia in un cantuccio della cella, Maria Antonietta siede davanti al suo tavolino di legno bianco, e quella donna, che ha or ora finito di vivere due giorni e una notte di dibattiti, quella donna minata da emorragie, che ha subito un'ultima udienza di più di venti ore, quella donna, aspettando il carnefice, scriverà questa lettera stupenda che bisogna rileggere" (André Castelot)


L'ultima missiva di Maria Antonietta. Dipinto
 di Battaglini copia di un originale di Danloux
" A dì 16 Ottobre alle 4 e mezzo del mattino.

E' a voi sorella mia che scrivo per l'ultima volta. Sono stata condannata non a una morte vergognosa, essa non è tale che per i delinquenti, ma a raggiungere vostro fratello. Innocente come lui, spero di mostrare la stessa sua fermezza negli ultimi momenti. Sono calma come lo si è quando la coscienza non rimprovera nulla; ho un profondo dolore d'abbandonare i miei poveri bimbi, voi sapete ch'io non esistevo che per loro e per voi, mia buona e tenera sorella. Voi che avete per la vostra amicizia sacrificato tutto per essere con noi, in che posizione vi lascio! Ho appreso durante il processo che mia figlia è separata da voi. Ahimè! povera bimba, non oso scriverle, ella non riceverebbe la mia lettera, non so nemmeno se questa vi perverrà; ricevete per loro due la mia benedizione, spero che un giorno, quando saranno più grandi, potranno riunirsi con voi e godere interamente delle vostre tenere cure; pensino essi a tutto quello che io non ho cessato d'ispirar loro, che in principii e l'esecuzione esatta dei propri doveri sono la prima base della vita, che la loro amicizia e la loro scambievole fiducia ne farà la felicità. Mia figlia deve sentire come sia suo dovere, data la sua età, aiutar sempre suo fratello con i consigli dell'esperienza ch'essa ha in più di lui e che la sua amicizia potrà ispirarle; e mio figlio, da parte sua, renda a sua sorella tutte le cure, i servizi che l'amicizia può ispirare; sentano entrambi, infine, che in qualunque posizione vengano a trovarsi, essi non saranno veramente felici che grazie alla loro unione; prendano esempio da noi, quanta consolazione, nelle nostre disgrazie, ci è venuta dalla nostra amicizia, e nella gioia si gode doppiamente, quando si può dividerla con un amico, e dove si può trovarne di più teneri, di più uniti che nella propria famiglia?
Mio figlio non deve mai dimenticare le ultime parole di suo padre che io gli ripeto espressamente: non cerchi mai di vendicare la nostra morte. Debbo parlarvi d'una cosa molto penosa per il vostro cuore, so quanto quel bimbo deve avervi dato pena; perdonatelo, mia cara sorella, pensate alla sua età e some sia facile far dire a un bambino quello che si vuole, mettergli sulle labbra parole ch'egli non comprende. Verrà un giorno, lo spero, nel quale egli sentirà maggiormente tutto il valore della vostra bontà e della vostra tenerezza per tutti e due. Mi rimane da confidarvi i miei ultimi pensieri, avrei voluto scriverli al principio del processo; ma oltre al fatto che non mi lasciavano scrivere, l'incalzare degli avvenimenti è stato così rapido che non ne ho avuto realmente il tempo.
Io muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in quella dei miei padri, in quella nella quale sono stata allevata, e che ho sempre professata; non avendo nessuna consolazione spirituale da aspettare, non sapendo se esistano ancora qui preti di questa religione e, anche se ciò fosse, il luogo in cui mi trovo li esporrebbe troppo se v'entrassero una volta, io chiedo sinceramente perdono a Dio di tutti gli errori che ho potuto commettere da quando esisto; spero che nella sua bontà vorrà accogliere i miei ultimi voti, come quelli che ho fatto da molto tempo perché voglia ricevere la mia anima nella sua misericordia e nella sua bontà. Chiedo perdono a tutti quelli che conosco e a voi mia sorella in particolare, di tutte le pene che senza volerlo ho potuto causar loro. Perdono a tutti i miei nemici il male che mi hanno fatto. Dico qui addio alle mie zie e a tutti i miei fratelli e sorelle. Avevo degli amici, l'idea di d'esserne separata per sempre e le loro pene sono uno dei più grandi rimpianti ch'io porto con me morendo; sappiano almeno che sino all'ultimo istante ho pensato a loro.
Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera giungervi. Pensate sempre a me, vi bacio con tutto il cuore, così come quei poveri e cari bambini; Dio mio, com'è lacerante lasciarli per sempre! Addio, addio, non mi occuperò più che dei miei doveri spirituali, siccome non sono libera delle mie azioni, mi porteranno forse un prete, ma protesto qui che non gli dirò una parola, e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo...."

giovedì 13 ottobre 2016

La Conciergerie

La Conciergerie, il luogo in cui Maria Antonietta trascorse i suoi ultimi settantasette giorni di vita, dal 1° agosto al 16 ottobre 1793, è uno degli edifici più sinistri di Parigi, tra i pochi sopravvissuti che furono testimoni dei principali avvenimenti della Rivoluzione. Un cupo sistema di sicurezza, provvisto di basse volte, di spazi angusti, di oscuri sotterranei, di porte corazzate e di strette finestre protette da sbarre grosse quanto il braccio di un uomo.

Definita dallo scrittore Balzac "l'anticamera del patibolo o dei lavori forzati", la costruzione è tipicamente gotica ma non essendo un ambiente religioso il luogo è doppiamente interessante. Un tempo l'edificio fu la prima residenza cittadina dei sovrani di Francia fino a Luigi XI, il centro nevralgico del governo e dello Stato, il che spiega la magnificenza delle sale, delle gigantesche cucine, delle gallerie e degli ambulacri. Trasformata in prigione nel XVI secolo, durante la Restaurazione subì dei lavori che fecero indignare Victor Hugo: "L'hanno mutilata, disonorata, sfigurata!". Nel 1871, la Conciergerie subi un incendio e altri ambienti scomparvero per sempre.
Oggi, dell'antico edificio gotico, rimangono alcuni spazi, tra cui la Sala delle guardie, una sala incredibilmente vasta.

"Voi che non avete passato una notte in mezzo a quell'insieme di orribili cose, voi non avete ancora provato nulla, nulla sofferto al mondo" lascerà scritto un prigioniero. Nelle celle fangose, dove poca paglia fradicia serviva da giaciglio ai prigionieri, l'accusato di delitti politici era accanto a ladri e assassini. Vi erano anche celle a pagamento, dette à la pistole, ma l'affluenza di prigionieri era tale che spesso, pur avendo di che pagare una cella migliore, bisognava attendere che l'alloggio fosse libero (cosa a cui durante il Terrore provvedeva ampiamente la ghigliottina).

lunedì 10 ottobre 2016

Politiche matrimoniali

Madame Royale in un ritratto di Heinrich Friedrich Füger
Nel 1787 la regina Maria Carolina inviò in gran segreto in Francia, come si evince dalle memorie di Madame Campan, il cavaliere di Bressac, un colonnello francese entrato nell'esercito napoletano. La regina di Napoli aveva in mente un matrimonio tra il suo figliolo, Francesco duca di Calabria ed erede al trono, e la figlia di Maria Antonietta che all'epoca aveva circa nove anni. Il cavaliere aveva quindi il compito di riferire in via del tutto informale e senza cerimonie, il progetto di Carolina a Maria Antonietta. La regina, pur apprezzando la proposta di un'unione tra le due casate, rifiutò sostenendo che sposando il duca d'Angouleme, Maria Teresa Carlotta non avrebbe perso il rango di figlia del re, che la sua posizione sarebbe stata di lunga preferibile a quella di regina di un altro paese, che niente in Europa poteva essere paragonato alla Corte di Francia. Sarebbe stato inoltre necessario, per non esporre la piccola principessa a dei rimpianti, inviarla a Napoli fin da allora in quanto i ricordi e i confronti le avrebbero provocato le stesse pene che aveva patito lei da adolescente, strappata da una corte che amava. La regina era ben a conoscenza delle difficoltà incontrate dalla sorella Carolina nel Regno di Napoli, sempre ai ferri corti con la Spagna; anche per questo volle evitare grattacapi a sua figlia inviandola in una corte ricca di problematiche. 

sabato 8 ottobre 2016

La notte del 5 e 6 ottobre

La notte del 5 e 6 ottobre 1789 -
François Flameng
"Si presenti anche lei, la regina, la superba, l'altera, l'inflessibile austriaca! Venga anche lei, proprio lei, l'orgogliosa, a curvare il suo capo sotto il gioco invisibile! Le urla si fanno sempre più selvagge e più rauche:"La reine! la reine au balcon!". Maria Antonietta, pallida d'ira, le labbra serrate, non muove passo. Ciò che la paralizza e le scolorisce le gote non è la paura dei fucili già forse imbracciati, delle pietre e degli insulti; è l'orgoglio innato, l'indistruttibile senso di nobiltà di questa testa, di questa nuca, che mai e dinanzi a nessuno ha voluto piegarsi. Tutti la guardano imbarazzati. Finalmente, i vetri tremano per le grida, tra poco sibileranno le pietre, La Fayette si volge a lei: "Madame questo passo è necessario per calmare il popolo". "Allora non esito" risponde Maria Antonietta, e prende per mano a destra e sinistra i suoi due figli. Con la testa eretta, con le labbra sprezzanti, esce sul balcone. Ma non già come una supplice che chieda grazia, bensì come un soldato che marci all'assalto, con la volontà decisa di morire bene, senza battere ciglio. Cede, ma non s'inchina. Ma è proprio questo fiero atteggiamento a domarli. Due correnti di forze contrarie s'incontrano in questi due sguardi, lo sguardo della sovrana e quello della folla, ed è tale la tensione che per un minuto regna un silenzio di morte sull'immensa piazza. Nessuno sa come si risolverà questa pausa di costernato stupore, se in uno scoppio d'ira, in un colpo di fucile o in una grandinata di pietre. In quel momento Lafayette, sempre audace nelle ore grandiose, le si accosta e, inchinandosi con un gesto cavalleresco davanti alla regina, le bacia la mano. Questo gesto allenta di colpo la tensione. Accade qualche cosa di sorprendente: "Vive la reine! Vive la reine!" tuonano mille voci dalla piazza. Istintivamente quello stesso popolo che poc'anzi si compiaceva della debolezza del sovrano, acclama l'orgoglio, l'indomabile sfida di questa donna, la quale ha mostrato di non chiedere il suo favore neppure con un sorriso forzato, neppure con la viltà di un saluto." (Stefan Zweig)