mercoledì 18 luglio 2018

Il Profumiere di Corte

I fattori per dare origine ad un profumo di qualità che sappia regalare emozioni, rimanendo a lungo impresso nella nostra memoria, sono davvero tanti. Passione, amore e voglia di creare qualcosa di diverso sono gli elementi principali, quando poi a questi elementi si aggiunge una combinazione di natura e antico, l'armonia prende forma. Ed è proprio in una cornice amena e agreste come l'Appenino Tosco-Emiliano che il Maitre Parfumeur, Mattia Scavuzzo, da vita ogni volta ad un profumo ricreato alla "storica maniera" e senza alternative moderne. Ventottenne e circondato dalla natura, parte integrante e fondamentale della sua passione, vive dall'infanzia tra i fiori e la musica classica, passioni ereditate dai genitori e che hanno fatto nascere in lui emozioni che ha poi sublimato nella creazione di accordi profumati. Il profumo altro non è che un'emozione olfattiva e per Mattia creare profumi è la sintesi totale delle sue passioni tra le quali si annoverano l'ammirazione per il XVIII secolo e per la regina Maria Antonietta. Rievocatore storico, partecipa spesso ad eventi in costume, partecipando a balli e galà organizzati in edifici storici, prevalentemente in Italia. Un modo per riportare alla vita un passato di grande rilevanza artistica e culturale, fatto di eleganza e cortesia oggi ormai dimenticate, come il Settecento.

L'interesse per questo secolo l'ha portato a compiere un percorso di meticolosa ricerca storica, non è un caso che molte delle sue creazioni provengano dalla Toilette de Flore di Pierre-Joseph Buc'hoz. Il "Profumiere di Corte", così viene chiamato Mattia nell'ambito rievocativo, confeziona profumi e cosmetici del XVIII secolo, scegliendo di ricreare quelli che non prevedono l’uso di sostanze tossiche, abbondantemente usate all'epoca . Polveri per capelli e parrucche, lozioni, pommades, saponi, ciprie, interamente realizzati con le tecniche di estrazione del XVII-XVIII secolo, come l’Enfleurage. Nell’Enfleurage, attraverso un grasso animale ed un’opportuna stesura dei fiori, i fiori esuli cedono ad esso la loro essenza. Lo si usa per le tuberose, le violette, i gigli, i narcisi. Un metodo di estrazione oggi abbandonato che Mattia ha rispolverato per creare profumi filologici. Ed è grazie a questo metodo che Mattia ha potuto ricreare il Profumo commissionato da Maria Antonietta a Jean-Louis Fargeon.


Ma rivediamo insieme la storia affascinante di questo leggendario profumo:

Siamo verso la fine del '700 e la Regina Maria Antonietta, oppressa dalla rigida etichetta di corte, si ritira presso la tenuta del Petit Trianon. Lì  può vivere la vita serenamente come madre dei suoi figli, circondata dalla natura. Vive in una residenza signorile e, quando ne ha voglia, si ritira nella sua fattoria, le Hameau.
Tanto è grande l’amore per quei luoghi che la Regina chiede al suo Profumiere Fargeon che le faccia visita in quel luogo all’alba, allo schiudersi dei fiori, perché colga appieno l'essenza di quel posto meraviglioso, per poterlo poi racchiudere in una bottiglia: “Monsieur, mi aspetto da Voi che mettiate tutto il Trianon in una bottiglia. Amo talmente tanto questo luogo, che voglio portarlo ovunque, con me”. Fu così che Fargeon ideò il profumo "Bouquet Aux Mille Fleurs". Ad un cuore “mille fleurs” tra cui si annoverano iris, rosa, tuberosa e gelsomino, egli aggiunse tocchi freschi d’agrumi e dei rispettivi fiori in apertura, sigillando la composizione con sentori legnosi e gourmand di vaniglia e benzoino. Tocchi di muschio animale e di ambra grigia indirizzarono la fragranza verso una particolare tradizione compositiva d’antica arte profumiera.

A seguito di numerose ricerche storiche per la realizzazione di un libro sul profumiere della regina, la scrittrice Élizabeth de Feydeau, sostenne di aver trovato la formula del profumo di Maria Antonietta, trascritta dal suo creatore. Dopo una prima riproduzione esclusiva “per pochi intimi” e di pochissimi pezzi per finalizzare un'importante acquisizione da parte del Castello di Versailles, di un Coffret appartenuto alla Regina (e per questo, a prezzi veramente molto alti), il profumo non è più stato riprodotto, poiché i tempi di preparazione delle singole note sono lunghissimi, ed il mercato al quale è stato destinato è molto ristretto. Ad esso è stato dato il nome evocativo di “Sillage de la ReÎne”.

La curiosità e il forte desiderio di poter sentire il profumo della regina che solo pochi eletti hanno avuto l'onore di conoscere, ha dato a Mattia l'ispirazione per ricreare lui stesso questo profumo. Con la sua professione e competenza in alta profumeria, si è imbattuto in una ricerca contro i limiti di spazio e tempo, nel mero senso della parola. Ha viaggiato fisicamente e con la fantasia per poter ricreare il profumo di Maria Antonietta, ed è stato commovente per lui sentire quella che era la scia di profumo rilasciata dalla sovrana, qualcosa che può dare l'illusione di essere al suo cospetto per brevissimi attimi.


Mattia ha un Atelier virtuale su una piattaforma di origine americana che si occupa di artigianato (Etsy) e che gli mi permette di poter vendere liberamente le sue creazioni. Le sue fragranze sono storicamente accurate, ispirate ad eventi della vita di corte o di natura bucolica, oppure fedeli alle esatte composizioni storiche, come nel caso del profumo della regina, identificato in seguito come il “Parfum du Trianon”. Lavora anche su commissione per creare profumi su misura e il sogno che ne sussegue è quello di continuare a creare e di ricevere incarichi per creazioni molto importanti a livello storico e culturale. La soddisfazione più grande è per lui la felicità del committente, mecenati moderni sensibili alla bellezza e amanti della cultura.
Un merito particolare, va all’artista che ha ricreato alla perfezione i decori sulla meravigliosa bottiglia in serie limitata , che presenta l’effige di Maria Antonietta: Laura Sassi. Artista poliedrica e scenografa, Laura utilizza materiali e tecniche diverse. La sua competenza, già riconosciuta da importanti personalità in campo artistico e culturale, e la sua maestria aggiungono valore alle creazioni di Mattia.




Per maggiori informazioni visita il sito di Mattia Scavuzzo Atelier du Lis Royal


Ringrazio Mattia Scavuzzo per le preziose informazioni rilasciatemi


lunedì 25 giugno 2018

"Royal Jewels from the Bourbon-Parma Family" - All'asta le perle di Maria Antonietta

Maria Antonietta nel particolare del ritratto di Madame
Vigée Le Brun (1788)
Il prossimo 12 novembre a Ginevra, Sotheby's metterà all'asta una tra le più importanti collezioni di gioielli reali mai apparse sul mercato. La collezione appartenuta alla dinastia dei Borbone-Parma, annovera tra i suoi pezzi alcune perle di Maria Antonietta che dopo più di 200 anni faranno la loro prima comparsa in pubblico:


  1. due orecchini di perle naturali stimati intorno ai 30.000 e i 50.000 $
  2. una collana di perle naturali e diamanti stimata intorno ai 200.000 e i 300.000 $
  3. un pendente in perla e diamanti stimato 1/2 milioni di $


Le perle furono inviate dalla regina stessa alla sorella Maria Cristina a Bruxelles, prima della fuga di Varennes; da Bruxelles i gioielli furono inviati a Vienna. Anni dopo l'imperatore Francesco restituì parte dei gioielli (tra cui le perle) alla cugina Madame Royale.

Nel testamento Madame Royale, divenuta Duchessa d'Angouleme, lasciò i suoi gioielli (tra cui le perle appartenute alla madre) alla nipote acquisita Maria Teresa di Modena che aveva sposato il conte di Chambord. La contessa di Chambord, vedova e senza figli, lasciò i gioielli ricevuti in eredità dalla duchessa d'Angouleme, alla nipote Margherita di Borbone-Parma.

La favolosa collezione appartenuta ai Borbone-Parma, sarà esposta a Milano a Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16, nella sola giornata del prossimo 27 giugno. Un'occasione per poter vedere da vicino le perle di Maria Antonietta. 






domenica 24 giugno 2018

Giorni di magro a corte

Gabinetti privati di Luigi XVI
Monsieur de Seguret riferisce nelle sue memorie che Luigi XVI aveva una piccola biblioteca, una bottega da fabbro e un gabinetto geografico nell'attiguo attico della Cour des Cerfs, nelle cucine che suo nonno Luigi XV aveva organizzato per il servizio del petit couvert e per le cene del ritorno dalla caccia. Luigi XVI vi passava il tempo molto volentieri senza che nessuno ne fosse sorpreso o vi prestasse attenzione.

Un giorno di magro quando il re era occupato nei suoi gabinetti privati, un odore di carne gli sembrò provenire da quelle cucine. Vi si recò subito, fingendo di passare lì per caso come al solito; si avvicinò ai fornelli e procedette a sollevare i coperchi di tutte le pentole l'uno dopo l'altro. Il suo naso non l'aveva ingannato: vide in uno di loro un pezzo di carne che stava rosolando. Rimettendo il coperchio, se ne andò senza dire una parola, ma di pessimo umore e senza che nessuno sospettasse cosa fosse successo.

Alla prima occasione ne parlò con Thierry de Ville d'Avray, commissario generale della casa del re. Avendolo attirato nella nicchia di una finestra, gli chiese seriamente se fosse a conoscenza del fatto che si cucinava carne nei giorni di magro. Thierry protestò che gli ordini impartiti includevano un menu rigorosamente magro. Il re allora gli riferì quello che aveva visto e lo esortò a chiedere informazioni.

Thierry chiese al controllore David, il quale gli spiegò che la carne di vitello vista dal re era usata solo per ricavarne un estratto che insaporisse nei giorni di magro il matelote (un piatto di pesce con vino rosso e cipolle). Al re non era mai stato servito ma agli ufficiali che mangiavano alla sua mensa, era piaciuto molto. Gli ufficiali della "bocca del re" si erano molto complimentati dopo aver mangiato il matelote e non sembravano particolarmente scrupolosi nell'osservare i giorni di magro.
Thierry riferì questa spiegazione a Luigi XVI che sorrise, rassicurò ma concluse: "Che non succeda mai più; mai più "estratti di carne" in futuro".

Luigi XVI nella sua officina da fabbro - Joseph Caraud (1867)

L'officina da fabbro di Luigi XVI - Benjamin Eugène Fichel (1874)
Un aneddoto simile riguarda la zia del re, Madame Victoire, nota per la sua golosità. Roland Jousselin narra che un giorno la principessa, colta da scrupolo a proposito di un uccello d'acqua che le era stato servito di venerdì, consultò un vescovo presente alla sua cena. Il prelato assunse subito un tono di voce bonario e l'atteggiamento serio di un giudice di ultima istanza. Le rispose che era stato deciso che in un tale dubbio, dopo aver cucinato l'uccello, si doveva tagliare la selvaggina su un piatto d'argento molto freddo; se il succo dell'animale si congelava in un quarto d'ora, l'animale era considerato grasso; se il succo rimaneva nell'olio, poteva essere mangiato in qualsiasi momento senza preoccupazioni. 
Madame Victoire fece la prova e il succo non si addensò. Fu una gioia per la principessa che amava molto la selvaggina.

domenica 15 aprile 2018

La fontana gemella

La "Fontana del Trianon"
come si presentava nel 1726
in una incisione tratta dalle "Delizie Farnesiane a Parma".
Tra il 1712 e il 1719, per ordine di Francesco Farnese, fu costruita una fontana per la reggia di Colorno con la precisa indicazione di far sembrare la poca acqua "abbondante". Fin da subito, nonostante il suo nome ufficiale fosse "Fontana della Parma", venne chiamata "Fontana del Trianon" in quanto nei giardini del Grand Trianon a Versailles, ce n'era una simile commissionata al celebre Mansart dal Re Sole. Rispetto alla Fontana della Parma, quella francese ha solo una decina di anni in più. Se la nostra si chiama Trianon, la sua ispiratrice ha l'evocativo soprannome di Buffet d'Eau pur essendo in origine "La Cascade". Quella francese ha statue in bronzo che in origine erano dorate secondo uno stile più transalpino, mentre la nostra è completamente in marmo. Per il resto la somiglianza è praticamente assoluta. In origine la fontana di Parma era ricca di statue; attualmente ne mancano ben dieci delle statue originarie che l'adornavano. Sono rimaste quelle rappresentanti il fiume Taro e la Parma, i due leoni dalle cui fauci escono zampilli d'acqua e anche i mascheroni alla base. Alla fine del XIX secolo le statue furono vendute dai Savoia, e pertanto possiamo praticamente essere certi che da qualche parte debbano esistere tutt'ora così come dovrebbero esserci i relativi atti di vendita dai quali forse si potrebbe risalire agli attuali proprietari.

La Fontana del Trianon
In seguito alla trasformazione della reggia di Colorno in manicomio (nell'Ottocento), la fontana subì diversi danni ad opera dei pazienti della struttura, e venne poi smontata e quasi dimenticata all'interno di un anonimo magazzino. Nel 1889 fu rimontata a Parma, in strada Garibaldi, vicino allo scomparso teatro Reynach ma trent'anni dopo, fortunatamente, lasciò quella zona (destinata al martirio dei bombardamenti). Su interessamento di Glauco Lombardi fu spostata sull'isolotto del Parco Ducale al riparo da qualsiasi minaccia, ed immersa in una cornice verde, simile a quella che aveva in origine a Colorno. Un luogo bellissimo e perfetto dunque che però non l'ha protetta dall'incuria e dal degrado che l'ha circondata per diversi anni.

La fontana del Buffet d'Eau nei giardini del Grand Trianon a Versailles,
Un dipinto di Charles Chatelain che rappresenta la fontana del Buffet d'Eau nei primi anni del '700


lunedì 2 aprile 2018

Plume de Laki

Il 22 giugno 1783 si sprigionò nel Nord Europa una nube tossica a causa dell'eruzione del vulcano Laki in Islanda. La fitta e spessa coltre di cenere grigia arrivò fino a Le Havre, in Francia, ricoprendo i campi e la città di un manto cinereo ed argentato. 

La contessa di Saint Laurent annoterà nel suo diario:

"Quell'abile mercantessa che è Rose Bertin ha sfruttato l'eruzione vulcanica per proporre una nuova tonalità di grigio che lei chiama 'plume de Laki.' Tutte le signore di Parigi sono in agitazione ed il loro unico desiderio è ordinare i loro abiti in color Laki. Io, invece, me ne guardo bene. La tonalità color cenere argentea appare orribile se posta a contrasto col colorito della mia pelle". 

Anche Maria Antonietta ordinerà più di un abito in questa nuance, ma se ne stancherà presto per inseguire nuovi trends e nuove cromie più adatte al suo incarnato di bionda.

In basso un ritratto dell'imperatrice Maria Aleksandrovna realizzato da Winterhalter. L'imperatrice indossa nel dipinto un abito che ancora conservava, sebbene fosse passato molto tempo, la denominazione bertiniana.




venerdì 30 marzo 2018

I Segreti di Tallinn di Diletta Nicastro

Maria Antonietta ha da sempre affascinato e ispirato il mondo dell'arte e della letteratura. Innumerevoli sono i libri a lei dedicati, tra saggi e romanzi storici. Interessante, per gli amanti del genere, la saga mystery "Il mondo di Mauro & Lisi" di Diletta Nicastro, una giovane scrittrice vincitrice del "Premio Bastet" nel 2010. La saga, tra le più all'avanguardia del panorama italiano, ricorda i film di 007 tra spionaggio, colpi di scena e dark ladies e il romanzo "Arsenio Lupin e la Contessa di Cagliostro" di Maurice Leblanc. Ho avuto modo di intervistare l'autrice che nella sua opera ha reso omaggio a Maria Antonietta.

Ciao Diletta, raccontaci della presenza di Maria Antonietta nella tua saga

Prima di tutto complimenti per il tuo blog, interessante ed originale. Anche io ho una viva passione per il personaggio di Maria Antonietta, fin dai tempi in cui seguivo ‘Lady Oscar’. Nel mio piccolo ho voluto renderle omaggio nella saga mystery ‘Il mondo di Mauro & Lisi’, incentrata sul Patrimonio Unesco. L’ho fatto in due modi. Uno, molto accennato, con il personaggio di Alisdair Darcy (il suo nome è un omaggio a Jane Austen, ma questa è un’altra storia…), una sorta di diplomatico del Settecento che svolge la sua attività a Versailles, portando messaggi importanti a nome della Regina e che muore nel 1795 durante i moti vandeani. La sua storia, appena tratteggiata, appare in Dio salvi il Gigante – Il sesto incarico.
L’altra storia è invece molto più elaborata e segue le tracce della famosa Collana dello Scandalo