venerdì 9 novembre 2018

Plaisir d'amour

Tra le canzoni preferite da Maria Antonietta spicca senza dubbio Plaisir d'amour, una splendida romanza d'amore del 1785, dolce e melanconica che trovò nel testo di Jean Paul de Florian un'appropriata risposta poetica:

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

J'ai tout quitté pour l'ingrate Sylvie.
Elle me quitte et prend un autre amant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

Tant que cette eau coulera doucement
vers ce ruisseau qui borde la prairie,
Je t'aimerai, me répétait Sylvie.
L'eau coule encore. Elle a changé pourtant.
Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.



Si racconta che la regina cantasse questa canzone quando era prigioniera accompagnandosi alla spinetta. 
L'autore di questo celebre pezzo si chiamava Johann Paul Aegidius Martini, ma di italiano aveva solo il cognome essendo nato a Freystadt, in Germania, nel 1741. Visse spostandosi dalla Baviera alla Francia dove morì nel 1816. Non era nemmeno imparentato con il ben più noto padre Martini, compositore e teorico bolognese; anzi per differenziarlo da quest'ultimo, con il quale veniva spesso confuso, venne soprannominato "Martini il tedesco". Dopo gli esordi come organista nella chiesa francescana di Friburgo, la vera svolta nella carriera artistica di Martini avvenne con il trasferimento in Francia dove divenne uno dei più acclamati musicisti ed esecutori del momento, tanto che le sue prestazioni erano contese dalle maggiori corti di Francia, dal ducato di Lorena al principato di Condé, a quello d'Artois. La consacrazione avvenne con la nomina a sovrintendente musicale presso la corte reale. La Rivoluzione non intaccò minimamente la carriera di Martini che ebbe un'esistenza movimentata e costellata di riconoscimenti. E' indubbio che la sua più grande fortuna fu però dovuta a Plaisir d'amour, il cui successo perdura ancora oggi. Innumerevoli sono le registrazioni effettuate dalla più grandi voci dei nostri tempi; dai soprani Elisabeth Schwarzkopf e Victoria de Los Angeles al tenore José Carreras, fino all'incisione in chiave pop di Franco Battiato. Fu il prodigioso arrangiamento di Ector Berlioz ad accrescere ancora di più la fama della romanza nei suoi oltre duecento anni di vita. Nel 1949 Montgomery Clift seduce nel film "L'Ereditiera" Olivia de Havilland cantandole, accompagnandosi al piano, "The joys of love" la versione inglese di Plaisir d'amour. Famosissima la versione del 1961 di Elvis Presley "Can't help falling in love".

Joely Richardson nei panni di Maria Antonietta, canta Plaisir d'amour nel film "L'Affare della Collana" del 2001.



giovedì 1 novembre 2018

Gaspard Duché de Vancy,

Ritratto di signora di Gaspard Duché de Vancy (1782)
Nel luglio del 1775 un giovane, chiamato Gaspard Duché de Vancy, figlio dell'omonimo poeta, e allievo di Joseph- Marie Vien, si recò alla cerimonia del Grand Couvert dove fu notato dalla Regina con una matita in mano. 

Sua Maestà scandalizzata gli fece riferire che non era consentito disegnare in una tale occasione. Senza alcun turbamento, il giovane artista rispose che stava solo eseguendo il suo ritratto e che gli era permesso catturare le grazie ovunque le avesse trovate. 

La risposta addolcì la sovrana a tal punto che Duché fu invitato a tornare il giorno dopo perché le mostrasse il ritratto ultimato. 

Alla Regina il disegno piacque e assicurò al giovane la sua protezione. Vancy, anni dopo, fu assunto come illustratore ufficiale della spedizione di La Perouse il cui equipaggio scomparve misteriosamente nel 1788

Il ritratto della regina fu acquistato nel 1920 da un collezionista privato e sono in pochi ad aver avuto la possibilità di vederlo. 

Antichambre du Grand Couvert

giovedì 25 ottobre 2018

"Royal Jewels from the Bourbon-Parma Family" - All'asta i gioielli di Maria Antonietta

Maria Antonietta nel particolare del ritratto di Madame
Vigée Le Brun (1788)
Il prossimo 14 novembre a Ginevra, Sotheby's metterà all'asta una tra le più importanti collezioni di gioielli reali mai apparse sul mercato. La collezione, appartenuta alla dinastia dei Borbone-Parma, annovera tra i suoi pezzi alcune perle e alcuni gioielli di Maria Antonietta che dopo più di 200 anni faranno la loro prima comparsa in pubblico. Tra i gioielli spiccano in particolare:
  1. due orecchini di perle naturali stimati intorno ai 30.000 e i 50.000 $;
  2. una collana di perle naturali e diamanti stimata intorno ai 200.000 e i 300.000 $;
  3. un pendente in perla e diamanti stimato 1/2 milioni di $;
  4. una collana di perle a sei fili la cui fibbia apparteneva a Maria Antonietta che la indossava su un paio di braccialetti di perle a sei fili;
  5. una collana di perle naturali appartenuta alla regina;
  6. un anello di diamanti con il ritratto di Maria Antonietta appartenuto a sua figlia (secondo la duchessa d'Angouleme il ritratto era molto somigliante alla madre);
  7. una spilla appartenuta alla regina il cui  diamante giallo, si ritiene, sia stato aggiunto in epoca successiva);
  8. una spilla i cui diamanti appartenevano a Maria Antonietta;
  9. tre anelli di cui uno con il monogramma di Maria Antonietta contenente i suoi capelli, un altro con il monogramma del suocero della regina, il delfino Luigi Ferdinando e l'ultimo con il monogramma di Maria Teresa di Savoia moglie di Carlo II duca di Parma;
  10. un paio di orecchini di perle e diamanti appartenuti alla regina; 
  11. un orologio da tasca appartenuto a Maria Antonietta in smalto blu e perle;
  12.  spilla di diamanti appartenuta all'imperatrice Maria Teresa d'Austria;
  13.  l'ordine del Vello d'Oro e l'ordine dello Spirito Santo appartenuti al duca d'Angouleme genero di Maria Antonietta.
I gioielli di questa incredibile asta hanno subito, nel tempo, diverse modifiche. Tuttavia la loro storia è legata indissolubilmente agli eventi storici che travolsero la famiglia reale.
Le perle e i diamanti, in particolare, furono inviati dalla regina alla sorella Maria Cristina a Bruxelles per mezzo del suo parrucchiere Léonard, prima della fuga di Varennes; da Bruxelles i gioielli furono inviati a Vienna. Anni dopo l'imperatore Francesco restituì parte dei gioielli (tra cui le perle) alla cugina Madame Royale.

Nel testamento Madame Royale, divenuta Duchessa d'Angouleme, lasciò i suoi gioielli (tra cui le perle appartenute alla madre) alla nipote acquisita Maria Teresa di Modena che aveva sposato il conte di Chambord (nipote allevato come un figlio dalla duchessa). La contessa di Chambord, vedova e senza figli, lasciò i gioielli ricevuti in eredità dalla duchessa d'Angouleme, alla nipote Margherita di Borbone-Parma.

sabato 22 settembre 2018

L'uomo dell'impossibile

Vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare di Gustavo Rol. Generalmente viene definito il più grande sensitivo del XX secolo ma è una definizione poco consona. Lui stesso non amava essere definito in questo modo: "Io non sono un sensitivo né un medium e non ho mai voluto che si legasse il mio nome alla magia, allo spiritismo ed alla Parapsicologia".
Forse la prima volta che Rol diede una definizione di se stesso (cosa rara) fu in un articolo del 1977 firmato da Renzo Allegri, ma scritto da Rol in terza persona: "l'uomo dell’impossibile".
Di famiglia benestante, quindi non interessato al denaro, uomo di profonda cultura, amante dell'arte e della musica, Rol fu amico intimo di illustri personaggi. Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D’Annunzio, Reagan, Pio XII, Mussolini, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi, Kennedy, Zeffirelli, Buzzati e tanti altri ancora ne rimasero affascinati e turbati. Difficile poter descrivere in poche righe ciò che fu Gustavo Rol. Lui sosteneva che i suoi "poteri" potevano essere alla portata di tutti e forse, anche per questo non voleva avere etichette.
Nel libro, "L'uomo dell'impossibile", viene riportata una testimonianza scritta di pugno da Gustavo Rol nel 1940; Rol ricorda un episodio avvenuto quando aveva 20 anni e si trovava a Parigi:

Place de la Concorde come si presentava agli inizi del XX secolo (Autochrome)

mercoledì 18 luglio 2018

Il Profumiere di Corte

I fattori per dare origine ad un profumo di qualità che sappia regalare emozioni, rimanendo a lungo impresso nella nostra memoria, sono davvero tanti. Passione, amore e voglia di creare qualcosa di diverso sono gli elementi principali, quando poi a questi elementi si aggiunge una combinazione di natura e antico, l'armonia prende forma. Ed è proprio in una cornice amena e agreste come l'Appenino Tosco-Emiliano che il Maitre Parfumeur, Mattia Scavuzzo, da vita ogni volta ad un profumo ricreato alla "storica maniera" e senza alternative moderne. Ventottenne e circondato dalla natura, parte integrante e fondamentale della sua passione, vive dall'infanzia tra i fiori e la musica classica, passioni ereditate dai genitori e che hanno fatto nascere in lui emozioni che ha poi sublimato nella creazione di accordi profumati. Il profumo altro non è che un'emozione olfattiva e per Mattia creare profumi è la sintesi totale delle sue passioni tra le quali si annoverano l'ammirazione per il XVIII secolo e per la regina Maria Antonietta. Rievocatore storico, partecipa spesso ad eventi in costume, partecipando a balli e galà organizzati in edifici storici, prevalentemente in Italia. Un modo per riportare alla vita un passato di grande rilevanza artistica e culturale, fatto di eleganza e cortesia oggi ormai dimenticate, come il Settecento.

L'interesse per questo secolo l'ha portato a compiere un percorso di meticolosa ricerca storica, non è un caso che molte delle sue creazioni provengano dalla Toilette de Flore di Pierre-Joseph Buc'hoz. Il "Profumiere di Corte", così viene chiamato Mattia nell'ambito rievocativo, confeziona profumi e cosmetici del XVIII secolo, scegliendo di ricreare quelli che non prevedono l’uso di sostanze tossiche, abbondantemente usate all'epoca . Polveri per capelli e parrucche, lozioni, pommades, saponi, ciprie, interamente realizzati con le tecniche di estrazione del XVII-XVIII secolo, come l’Enfleurage. Nell’Enfleurage, attraverso un grasso animale ed un’opportuna stesura dei fiori, i fiori esuli cedono ad esso la loro essenza. Lo si usa per le tuberose, le violette, i gigli, i narcisi. Un metodo di estrazione oggi abbandonato che Mattia ha rispolverato per creare profumi filologici. Ed è grazie a questo metodo che Mattia ha potuto ricreare il Profumo commissionato da Maria Antonietta a Jean-Louis Fargeon.


Ma rivediamo insieme la storia affascinante di questo leggendario profumo:

Siamo verso la fine del '700 e la Regina Maria Antonietta, oppressa dalla rigida etichetta di corte, si ritira presso la tenuta del Petit Trianon. Lì  può vivere la vita serenamente come madre dei suoi figli, circondata dalla natura. Vive in una residenza signorile e, quando ne ha voglia, si ritira nella sua fattoria, le Hameau.
Tanto è grande l’amore per quei luoghi che la Regina chiede al suo Profumiere Fargeon che le faccia visita in quel luogo all’alba, allo schiudersi dei fiori, perché colga appieno l'essenza di quel posto meraviglioso, per poterlo poi racchiudere in una bottiglia: “Monsieur, mi aspetto da Voi che mettiate tutto il Trianon in una bottiglia. Amo talmente tanto questo luogo, che voglio portarlo ovunque, con me”. Fu così che Fargeon ideò il profumo "Bouquet Aux Mille Fleurs". Ad un cuore “mille fleurs” tra cui si annoverano iris, rosa, tuberosa e gelsomino, egli aggiunse tocchi freschi d’agrumi e dei rispettivi fiori in apertura, sigillando la composizione con sentori legnosi e gourmand di vaniglia e benzoino. Tocchi di muschio animale e di ambra grigia indirizzarono la fragranza verso una particolare tradizione compositiva d’antica arte profumiera.

A seguito di numerose ricerche storiche per la realizzazione di un libro sul profumiere della regina, la scrittrice Élizabeth de Feydeau, sostenne di aver trovato la formula del profumo di Maria Antonietta, trascritta dal suo creatore. Dopo una prima riproduzione esclusiva “per pochi intimi” e di pochissimi pezzi per finalizzare un'importante acquisizione da parte del Castello di Versailles, di un Coffret appartenuto alla Regina (e per questo, a prezzi veramente molto alti), il profumo non è più stato riprodotto, poiché i tempi di preparazione delle singole note sono lunghissimi, ed il mercato al quale è stato destinato è molto ristretto. Ad esso è stato dato il nome evocativo di “Sillage de la ReÎne”.

La curiosità e il forte desiderio di poter sentire il profumo della regina che solo pochi eletti hanno avuto l'onore di conoscere, ha dato a Mattia l'ispirazione per ricreare lui stesso questo profumo. Con la sua professione e competenza in alta profumeria, si è imbattuto in una ricerca contro i limiti di spazio e tempo, nel mero senso della parola. Ha viaggiato fisicamente e con la fantasia per poter ricreare il profumo di Maria Antonietta, ed è stato commovente per lui sentire quella che era la scia di profumo rilasciata dalla sovrana, qualcosa che può dare l'illusione di essere al suo cospetto per brevissimi attimi.


Mattia ha un Atelier virtuale su una piattaforma di origine americana che si occupa di artigianato (Etsy) e che gli mi permette di poter vendere liberamente le sue creazioni. Le sue fragranze sono storicamente accurate, ispirate ad eventi della vita di corte o di natura bucolica, oppure fedeli alle esatte composizioni storiche, come nel caso del profumo della regina, identificato in seguito come il “Parfum du Trianon”. Lavora anche su commissione per creare profumi su misura e il sogno che ne sussegue è quello di continuare a creare e di ricevere incarichi per creazioni molto importanti a livello storico e culturale. La soddisfazione più grande è per lui la felicità del committente, mecenati moderni sensibili alla bellezza e amanti della cultura.
Un merito particolare, va all’artista che ha ricreato alla perfezione i decori sulla meravigliosa bottiglia in serie limitata , che presenta l’effige di Maria Antonietta: Laura Sassi. Artista poliedrica e scenografa, Laura utilizza materiali e tecniche diverse. La sua competenza, già riconosciuta da importanti personalità in campo artistico e culturale, e la sua maestria aggiungono valore alle creazioni di Mattia.




Per maggiori informazioni visita il sito di Mattia Scavuzzo Atelier du Lis Royal


Ringrazio Mattia Scavuzzo per le preziose informazioni rilasciatemi


domenica 24 giugno 2018

Giorni di magro a corte

Gabinetti privati di Luigi XVI
Monsieur de Seguret riferisce nelle sue memorie che Luigi XVI aveva una piccola biblioteca, una bottega da fabbro e un gabinetto geografico nell'attiguo attico della Cour des Cerfs, nelle cucine che suo nonno Luigi XV aveva organizzato per il servizio del petit couvert e per le cene del ritorno dalla caccia. Luigi XVI vi passava il tempo molto volentieri senza che nessuno ne fosse sorpreso o vi prestasse attenzione.

Un giorno di magro quando il re era occupato nei suoi gabinetti privati, un odore di carne gli sembrò provenire da quelle cucine. Vi si recò subito, fingendo di passare lì per caso come al solito; si avvicinò ai fornelli e procedette a sollevare i coperchi di tutte le pentole l'uno dopo l'altro. Il suo naso non l'aveva ingannato: vide in uno di loro un pezzo di carne che stava rosolando. Rimettendo il coperchio, se ne andò senza dire una parola, ma di pessimo umore e senza che nessuno sospettasse cosa fosse successo.

Alla prima occasione ne parlò con Thierry de Ville d'Avray, commissario generale della casa del re. Avendolo attirato nella nicchia di una finestra, gli chiese seriamente se fosse a conoscenza del fatto che si cucinava carne nei giorni di magro. Thierry protestò che gli ordini impartiti includevano un menu rigorosamente magro. Il re allora gli riferì quello che aveva visto e lo esortò a chiedere informazioni.

Thierry chiese al controllore David, il quale gli spiegò che la carne di vitello vista dal re era usata solo per ricavarne un estratto che insaporisse nei giorni di magro il matelote (un piatto di pesce con vino rosso e cipolle). Al re non era mai stato servito ma agli ufficiali che mangiavano alla sua mensa, era piaciuto molto. Gli ufficiali della "bocca del re" si erano molto complimentati dopo aver mangiato il matelote e non sembravano particolarmente scrupolosi nell'osservare i giorni di magro.
Thierry riferì questa spiegazione a Luigi XVI che sorrise, rassicurò ma concluse: "Che non succeda mai più; mai più "estratti di carne" in futuro".

Luigi XVI nella sua officina da fabbro - Joseph Caraud (1867)

L'officina da fabbro di Luigi XVI - Benjamin Eugène Fichel (1874)
Un aneddoto simile riguarda la zia del re, Madame Victoire, nota per la sua golosità. Roland Jousselin narra che un giorno la principessa, colta da scrupolo a proposito di un uccello d'acqua che le era stato servito di venerdì, consultò un vescovo presente alla sua cena. Il prelato assunse subito un tono di voce bonario e l'atteggiamento serio di un giudice di ultima istanza. Le rispose che era stato deciso che in un tale dubbio, dopo aver cucinato l'uccello, si doveva tagliare la selvaggina su un piatto d'argento molto freddo; se il succo dell'animale si congelava in un quarto d'ora, l'animale era considerato grasso; se il succo rimaneva nell'olio, poteva essere mangiato in qualsiasi momento senza preoccupazioni. 
Madame Victoire fece la prova e il succo non si addensò. Fu una gioia per la principessa che amava molto la selvaggina.