giovedì 8 giugno 2017

L'orfanella del Tempio


Madame Royale in un'incisione che la rappresenta nel periodo della fuga di Varennes
Testimone oculare degli episodi più tragici vissuti dalla sua famiglia, Madame Royale fu anche l'unica sopravvissuta alla strage dei reali. Con la madre e il fratellino si ritrovò sul balcone di Versailles la mattina del 6 ottobre 1789 e le immagini delle teste delle due povere guardie issate sulle picche dovettero rimanerle impresse per sempre nella memoria; condotta a Parigi con la famiglia, visse il dramma di Varennes e l'assalto alle Tuileries. Ma sicuramente fu la tragedia del Tempio, in cui perse via via tutti coloro che amava e in cui cessò di essere tutto ciò che era stata fino a quel momento, il periodo più sconvolgente. Tre anni, dal 1792 al 1795, anni che avrebbero dovuto essere i più belli e spensierati della sua vita; aveva 14 anni quando entrò in quella prigione e ne uscì che ne aveva 17, un tempo lunghissimo se rapportato alla visione temporale di un adolescente.
Una principessa rinchiusa in una torre; potrebbe sembrare l'incipit di una fiaba dei Grimm ma la sua vita fu tutto fuorché una fiaba.


Le memorie di Madame Royale

E' a Madame Royale che dobbiamo i racconti più attendibili del dramma del Tempio, testimonianze che la principessa rilasciò nelle sue memorie scritte quando ancora era in prigione. Stefan Zweig non prese mai molto in considerazione il testo, probabilmente tenendo conto dell'aspetto psicologico della ragazza e perché scritto a posteriori dopo aver "metabolizzato" da sola, senza l'aiuto di nessuno, tanto dolore. Inoltre le memorie risentono molto della presenza e dei consigli di madame de Chanterenne, la dama che fu messa accanto alla principessa negli ultimi mesi al Tempio; molti dettagli Maria Teresa non poteva conoscerli, visto che era prigioniera e ignara di ciò che le accadeva intorno.

Madame Royale ritratta a Vienna nel 1796, in lutto per la sua famiglia - Heinrich Friedrich Füger, Ermitage
Nel 1817 vennero date alle stampe alcune memorie dal titolo "Memorie private" che andavano a formare, assieme all'opera di Monsieur Hue e al Diario di Clery, la storia completa della cattività della famiglia reale nella torre del Tempio. Benché il testo fosse in forma anonima e nonostante l'autore si esprimesse in terza persona, le memorie furono quasi subito attribuite a Madame Royale. Una nuova edizione venne pubblicata nel 1823; il testo appariva più corretto di quello del 1817 ed era redatto, questa volta, in prima persona. La duchessa non smentì mai queste memorie e nel 1862, una copia più completa veniva pubblicata con il titolo "Relazione della cattività della famiglia reale nella torre del Tempio". L'autore veniva chiaramente identificato grazie alle ultime righe del testo: "Certifico che queste memorie contengono la verità, scritte da Maria Teresa Carlotta nella Torre del Tempio". Ma vediamo di chiarire alcuni punti: il manoscritto originale fu donato dalla stessa Madame Royale a Madame de Chanterenne, al momento della partenza dal Tempio alla volta di Vienna. Dieci anni più tardi, nel 1805, Maria Teresa ormai divenuta duchessa d'Angouleme, richiese per lettera a Madame de Chanterenne che le spedisse il manoscritto per mezzo di Clery. La duchessa ne fece una copia apportandovi delle modifiche e donò il testo modificato a madame de Soucy. Durante la Restaurazione Maria Teresa riconsegnò il manoscritto originale alla Chanterenne che conservò gelosamente il testo, non autorizzandone mai la pubblicazione. Fu sulla base del testo rivisitato dalla duchessa che furono date alle stampe (senza il suo consenso) le memorie edite tra il 1817 e il 1862. Quando Madame de Chanterenne morì, il testo originale fu ereditato dal figlio e poi dal nipote; quest'ultimo, qualche tempo prima che il conte di Chambord morisse, ebbe la premura di consegnargli le memorie così gelosamente custodite dalla nonna, come supremo omaggio. Alla morte del conte di Chambord, le memorie furono ereditate dalla nipote Margherita di Borbone-Parma, duchessa di Madrid che ebbe la premura di concederne la pubblicazione nel 1893, anno del centenario della decapitazione di Luigi XVI. Attualmente il manoscritto è nelle mani degli eredi della duchessa di Madrid.



Il racconto, molto commovente, ha inizio il 13 agosto 1792 e termina con la morte di Luigi XVII, il 9 giugno 1795. Ecco alcuni estratti:

"Ecco come i miei genitori passavano le giornate: mio padre si alzava alle 7 e pregava fino alle 8; dopo si vestiva, così come mio fratello, quando veniva a fare colazione da mia madre. Dopo la colazione mio padre dava lezione a mio fratello fino alle 11; mio fratello giocava fino a mezzogiorno ora in cui andavamo a passeggiare tutti insieme, con qualsiasi tempo, poiché la guardia, che aveva il cambio a quell’ora, voleva vederci per assicurarsi della nostra presenza; la passeggiata durava fino alle 2, ora in cui pranzavamo.
Dopo pranzo mio padre e mia madre giocavano a tric-trac o a piquet, o, per meglio dire, fingevano di giocare per scambiare qualche parola. Alle 4 mia madre saliva con noi e conduceva con sé mio fratello, perché a quell’ora mio padre solitamente dormiva. Alle 6 mio fratello scendeva e mio padre lo faceva giocare e studiare fino all’ora di cena. Alle 9, dopo il pasto, mia madre lo spogliava rapidamente e lo metteva a dormire. Dopo risalivamo e il re non si coricava fino alle 11.
Mia madre lavorava molto alla tappezzeria e mi faceva studiare e spesso leggere ad alta voce; mia zia pregava Dio e recitava tutti i giorni l’Uffizio; leggeva molti libri religiosi, e spesso la regina la pregava di leggere ad alta voce. Ci furono nuovamente dati i giornali, perché vedessimo la partenza degli stranieri e gli orrori contro il re, di cui erano pieni. Un giorno ci dissero:
“Mesdames, vi annuncio una buona notizia: molti dei traditori emigrati sono stati presi; se siete patrioti dovete gioirne.”
Mia madre, come al solito, non disse una parola, e fece finta di non comprendere; spesso la sua calma cosi’ sprezzante e il suo atteggiamento cosi dignitoso incutevano rispetto; raramente qualcuno osava rivolgerle la parola."

Il giorno in cui fu massacrata la principessa di Lamballe, Madame Royale ricordò come quello fosse stato l'unico momento in cui vide sua madre perdere il controllo e cadere svenuta. 
Ma sono le poche righe riguardanti la condanna a morte del padre, quelle più importanti per gli storici, perché permettono di immaginare quale sia stato il tono dell'ultimo colloquio tra il re e la sua famiglia. Nessuno infatti assistette alla scena e nessuno conoscerà mai le parole scambiate in quel drammatico incontro. L'unico sopravvissuto che ne conosceva il contenuto fu appunto Madame Royale che scrisse:

L'addio di Luigi XVI alla sua famiglia.
"No, nessuna penna potrà mai rendere ciò che ebbe di straziante; per quasi un quarto d'ora non fu detta una parola... non erano che grida tanto acute da essere udite fuori del recinto della torre. Il Re, la Regina, Madame Elisabeth, il Delfino e Madame Royale si lamentavano tutti in una volta e le voci parevano confondersi. Finalmente la lacrime cessarono, perché non si ebbe più la forza di spanderne; si parlarono a voce bassa e tranquillamente anzi che no..." (Abate Edgeworth de Firmont)

"Egli pianse di dolore con noi, ma non per timore della morte; raccontò il suo processo a mia madre, scusando gli scellerati che lo facevano morire; poi diede qualche consiglio religioso a mio fratello, raccomandandogli soprattutto di perdonare coloro che lo facevano morire e gli diede la sua benedizione, come a me".


Il cameriere del re, il fedele Cléri scriverà a riguardo: "Alle dieci e un quarto il re si alzò per primo, tutti lo seguirono: io aprii la porta; la regina teneva il re per il braccio destro. Le Loro Maestà davano ciascuna una mano a monsignore il delfino, Madame Royale, a sinistra, teneva abbracciato il re a mezzo il corpo; madame Elisabeth dalla stessa parte, ma un po' più indietro, aveva afferrato il braccio del suo augusto fratello". Maria Teresa cadde svenuta al momento del commiato. Di quella notte che precedette l'esecuzione del padre la principessa scrisse della madre: "L'udimmo tutta la notte tremare di freddo e di dolore".

"La mattina di quel terribile giorno ci levammo alle sei e un quarto"-  scrisse ancora Madame Royale - "la nostra porta fu aperta e qualcuno venne a chiedere un libro di preghiere per la messa di mio padre; credemmo che ci invitassero a scendere e stemmo a lungo con questa speranza, sino a che gli urli di gioia di una folla sfrenata non venne ad apprenderci che il delitto era stato consumato (...) 



Avemmo un pò piu' di libertà, le guardie credevano che stessero per rilasciarci. Ma niente era in grado di calmare l'angoscia di mia madre; non era possibile far entrare nessuna speranza nel suo cuore, le era indifferente vivere o morire. Ci guardava qualche volta con una pietà che ci faceva trasalire. Fortunatamente il dolore accrebbe il mio male, cosa che la tenne occupata (.....................) Potemmo vedere le persone che ci portarono gli abiti da lutto, ma in presenza dei municipali. Mia madre non volle piu' scendere in giardino perchè bisognava passare davanti alla porta della camera di mio padre e questo la faceva soffrire troppo; tuttavia, temendo che la mancanza d'aria facesse male a mio fratello e a me, chiese, alla fine di febbraio, di salire sulla torre, cosa che le fu accordata.(...................)

Nella tarda primavera del 1793, Maria Teresa divenne volontariamente una sorta di infermiera di notte di sua madre, spesso preda di crisi di pianto, e del fratellino che dopo la morte del padre dimostrava un grave turbamento.

"Il 25 marzo prese fuoco il caminetto. La sera Chaumette, procuratore della Comune, venne per la prima volta a vedere mia madre e a chiederle se desiderava nulla. Mia madre chiese soltanto una porta di comunicazione con la stanza di mia zia ( nelle due notti terribile che avevamo passato con lei, avevamo dormito, mia zia ed io, su dei materassi per terra). I municipali si opposero a questa richiesta, ma Chaumette disse che, nello stato di depressione in cui si trovava mia madre, avrebbe potuto essere necessaria alla sua salute e che ne avrebbe parlato al consiglio generale.
Il giorno seguente ritornò alle 10 del mattino con Pache il sindaco e con quell'orribile Santerre, comandante generale della guardia nazionale. Chaumette disse a mia madre di aver parlato al consiglio generale della sua richiesta per la porta e che essa era stata respinta. Ella non rispose. Pache le chiese se avesse reclami da sporgere. Mia madre disse : "No". E non fece piu' attenzione a quello che diceva.
(...........)Una sera uno sconosciuto portò alcune cose a mia zia, Tison andò in collera vedendo che quest'uomo poteva entrare e i suoi parenti no. Pronunciò parole che costrinsero Pache, che era da basso, a farlo scendere. Gli chiesero perchè fosse cosi scontento. "Perchè non posso vedere mia figlia e perchè certi municipali non si comportano bene." ( perchè alcuni municipali parlavano sottovoce a mia madre e a mia zia ). Gli chiesero i nomi, li disse e affermò che eravamo in corrispondenza con l'esterno. Per fornire delle prove, affermò che un giorno, a cena, mia madre, prendendo il fazzoletto, aveva lasciato cadere una matita; che un'altra volta, da mia zia, aveva trovato delle ostie da sigillare e una penna in una scatola.(..............................) Questa denuncia fu fatta il 19 aprile; vide la figlia il giorno successivo.
Il 20, alle 10 e mezza di sera, mia madre ed io ci eravamo appena coricate, quando arrivò Hèbert con numerosi altri municipali; ci alzammo precipitosamente. Ci lessero un decreto della Comune che ordinava di perquisirci a discrezione, cosa che fecero esattamente, fin sotto ai materassi. Il mio povero fratello dormiva; lo strapparono con durezza da suo letto, per frugarvi dentro. Mia madre lo prese tutto tremante per il freddo. Tolsero a mia madre un indirizzo di un negoziante che aveva conservato, e requisirono un bastoncino di ceralacca che trovarono da mia zia; a me presero un Sacro Cuore di Gesù e una preghiera per la Francia. La perquisizione terminò alle 4 del mattino. Fecero un processo verbale di tutto quello che avevano trovato e costrinsero mia madre e mia zia a firmarlo minacciando di portare via mio fratello e me, se si fossero rifiutate. Erano furiosi per non aver trovato che bagatelle.
Tre giorni dopo tornarono e interrogarono mia zia in particolare; le chiesero di un cappello che avevano trovato nella sua camera: volevano sapere da dove veniva, da quanto tempo lo aveva e perchè lo aveva conservato. Rispose che era appartenuto a mio padre all'inizio della sua prigionia al Tempio e che glielo aveva chiesto per conservarlo per amore suo. I municipali dissero che avrebbero sequestrato questo cappello come cosa sospetta; mia zia insistette per conservarlo, ma non ottenne nulla. La costrinsero a sottoscrivere la sua risposta e lo portarono via.(........................)
All'inizio di giugno, una sera alle 6, Chaumette venne con Hèbert e chiese a mia madre se desiderasse nulla e se avesse rimostranze da fare. Ella rispose negativamente e smise di prestargli attenzione . Mia zia chiese a Hèbert il cappello di mio padre, che egli aveva portato via; disse che il consiglio generale non aveva ritenuto opportuno restituirglielo. Mia zia, vedendo che Chaumette non se ne andava, e sapendo quanto mia madre soffrisse interiormente per la sua presenza, gli chiese perchè fosse venuto e perchè restasse. Chaumette le disse di aver ispezionato le prigioni, e che, essendo tutte le prigioni uguali, era venuto al Tempio. Mia zia rispose che non era vero, perchè c'erano persone imprigionate giustamente e altre ingiustamente. Entrambi i funzionari erano ubriachi."


L'addio di Maria Antonietta al figlio, dettaglio di un dipinto di Edward Matthew Ward.
Se l'esecuzione del padre fu tra i ricordi più terribili di Maria Teresa, l'aver assistito alla separazione del fratellino dalla madre, aggiunse sicuramente altro orrore ai suoi ricordi. Maria Antonietta difese per un'ora il letto nel quale dormiva il figlio: "I municipali minacciavano d'usare violenza  e di far salire la guardia per condurlo via di forza. Trascorse un'ora in discussioni, in ingiurie e in minacce dei municipali, in difesa e in pianti da parte di noi tutti. Finalmente mia madre  consentì a consegnare il figlio; lo alzammo dal letto, e come fu vestito mia madre lo consegnò ai municipali, bagnandolo di lacrime, come se  avesse preveduto che non lo avrebbe veduto mai più. Quel povero piccino ci abbracciò e baciò tutte teneramente e uscì piangendo con quella gente".
Del periodo successivo la principessa ricorda: "Noi salivamo spesso sulla Torre, anche mio fratello vi era fatto salire tutti i giorni e la sola gioia di mia madre era quella di vederlo passare, da una piccola finestra; rimaneva a quella finestra ore intere, per attendere l'istante di vedere quel suo bimbo adorato".


L'addio di Maria Antonietta alla figlia
"Il 2 agosto, alle 2 del mattino, vennero a svegliarci per leggere a mia madre il decreto della Convenzione che ordinava che, su richiesta del procuratore della Comune, ella fosse condotta alla Conciergerie in attesa del processo. Ascoltò la lettura del decreto senza turbarsi e senza pronunciare una sola parola. Mia zia ed io domandammo di seguire mia madre, ma non ci fu concessa questa grazia. Mentre faceva il pacco dei suoi vestiti, i municipali non l’abbandonarono mai; fu ugualmente costretta a vestirsi davanti a loro. Le chiesero le sue borse che consegnò; le frugarono e presero tutto quello che contenevano, benchè non vi fosse nulla di importante (......).
Mia madre, dopo avermi teneramente abbracciata e avermi raccomandato di farmi coraggio, di avere cura di mia zia e di obbedirle come una seconda madre, mi ripetè gli stessi avvertimenti di mio padre; poi si gettò nelle braccia di mia zia e le raccomandò i propri figli. Io non risposi nulla, tanto ero affranta dal pensiero di vederla per l’ultima volta; mia zia le disse qualche parola sottovoce. Allora mia madre partì senza guardarci, per paura, senza dubbio, che la fermezza l’abbandonasse. (......).
Mia zia ed io eravamo inconsolabili e passammo giorni e notti in lacrime. Tuttavia avevano assicurato mia zia, quando mia madre era partita, che non le sarebbe successo nulla.
Per me era una grande consolazione non essere separata da mia zia, che tanto amavo; ma, ahimè! Tutto cambiò ancora e persi anche lei!


Ricami su lino realizzati da Madame Elisabeth e Madame Royale quando erano prigioniere al Tempio.

Il giorno dopo la partenza di mia madre, mia zia chiese insistentemente a nome suo e mio, di essere riunite a lei, ma non potè ottenerlo e neppure avere sue notizie. (.......) Alcuni giorni dopo mia madre, per avere nostre notizie, pensò di mandare a chiedere qualcosa di cui aveva bisogno, e tra l’altro il suo lavoro a maglia, perché aveva iniziato a fare un paio di calze per mio fratello. Glielo inviammo, così come tutto quello che trovammo di seta e lana perché sapevamo quanto amasse tenersi occupata; un tempo aveva l’abitudine di lavorare senza sosta, eccetto che nelle ore di ricevimento. Così avevamo fatto una quantità enorme di oggetti, anche un tappeto e un’infinità di grandi lavori a maglia di tutti i generi. Riunimmo, dunque, tutto ciò che potemmo, ma apprendemmo in seguito che nulla le era stato consegnato, nel timore, dicevano, che si facesse male con i ferri.


Ricamo realizzato tra il 1792 e il 1795 da Madame Royale nella Torre del Tempio e donato dalla stessa duchessa alla contessa d'Osmond; il figlio della contessa lo donò a sua volta al duca di Parma. (Castello di Chambord)
Avemmo qualche volta notizie di mio fratello dai municipali, ma durò poco. Lo sentivamo tutti i giorni cantare la Carmagnole, l’aria dei Marsigliesi e mille altri orrori. Simon gli mise il berretto rosso e gli fece indossare una carmagnola; lo faceva cantare alla finestra per farlo sentire dalla guardia e gli insegnava a pronunciare bestemmie contro Dio, la sua famiglia e gli aristocratici. Mia madre, fortunatamente, non ha mai sentito tutti questi orrori; oh! Mio Dio, quanto male le avrebbe fatto! Prima della sua partenza erano venuti a prendere gli abiti colorati di mio fratello; ella sperava che non avrebbe lasciato il lutto, ma la prima cosa che fece Simon fu togliergli gli abiti neri.[.......]
Il 21 settembre, all’una del mattino, arrivò Hèbert con numerosi municipali per eseguire un decreto della Comune, col quale si stabiliva che fossimo rinchiuse ancora piu’ rigorosamente, che non avessimo più di una stanza, che ci dessero lo stretto necessario, che fosse fatto un foro nella porta d’ingresso, attraverso il quale ci sarebbe stato passato il cibo; e che, infine, nessuno sarebbe entrato nella nostra stanza, ad eccezione del portatore di acqua e di legna. Il foro nella porta non fu fatto, i municipali seguitarono ad entrare 3 volte al giorno per fare accuratamente l’ispezione delle sbarre alle finestre, degli armadi e dei cassettoni. Rifacevamo da sole i letti e fummo obbligate a spazzare la stanza, lavoro che durava a lungo, per la poca dimestichezza che avevamo all’inizio. Non avemmo piu’ persone di servizio. Hèbert disse a mia zia che nella Repubblica francese, l’uguaglianza era la prima fra le leggi e che, nelle prigioni, gli altri detenuti non avevano persone di servizio e che ci avrebbero tolto Tison.
Per trattarci con maggiore durezza, ci tolsero ogni comodità; per esempio la poltrona di cui si serviva mia zia e mille altre cose; non potemmo più avere nemmeno lo stretto necessario. Quando arrivavano i pasti, la porta veniva chiusa bruscamente perché non vedessimo chi li portava. Non potemmo più avere nessuna notizia, se non da parte degli strilloni, ma in maniera indistinta, benchè ascoltassimo attentamente. Ci proibirono di salire sulla torre e ci tolsero le lenzuola grandi per timore che, malgrado le sbarre, scendessimo dalle finestre; era un pretesto. Ci diedero lenzuola sporche e sozze.

L'addio di Madame Elisabeth alla nipote
Credo che in quel momento sia cominciato il processo della regina.
(......) Tutti i giorni eravamo visitate e perquisite dai municipali; il 4 settembre arrivarono alle 4 del mattino per fare un’ispezione completa e sequestrare l’argenteria e la porcellana, Portarono via quello che ci era rimasto; non avendo trovato l’inventario, furono tanto indegni da accusarci di averlo rubato, mentre erano stati i loro colleghi a nasconderlo. Dietro i tiretti del cassettone di mia zia avevano trovato un rotolo di luigi; se ne impadronirono immediatamente, con un’avidità straordinaria. Interrogarono accuratamente mia zia per sapere chi glieli aveva dati, da quando li aveva e perché li aveva conservati. Rispose che glieli aveva dati la principessa di Lamballe dopo il 10 agosto e che, malgrado le perquisizioni, li aveva conservati. Le chiesero ancora chi li aveva dati a Madame de Lamballe; mia zia disse che non ne sapeva nulla. Le donne della principessa di Lamballe, in effetti, avevano trovato il modo di far entrare denaro al Tempio e lei lo aveva diviso con i miei parenti. Interrogarono anche me, mi chiesero il nome, come se non lo avessero saputo, e mi fecero firmare il processo verbale.(........).

Interrogata separatamente dalla zia circa l'accusa di incesto rivolta a Maria Antonietta, la principessa ebbe modo di rivedere in quell'occasione per l'ultima volta, il fratellino."Quando mi avvicinai a mio fratello, lo abbracciai teneramente; allora la signora Simon me lo strappò dalle braccia e mi disse di passare nell'altra camera. Chaumette mi fece sedere e si accomodò di fronte a me. La guardia municipale impugnò la penna". Durante l'interrogatorio alla ragazzina fu chiesto se "allorquando ha giocato con suo fratello, egli non la toccasse dove non bisognava che fosse toccata, e se sua madre e sua zia la facessero sdraiare tra di loro... ". La principessa negò, sconvolta e atterrita. I due fratelli furono messi a confronto: una giovinetta innocente contro un bambino innocente anch'esso ma plagiato che dovevano discutere sull'onore della madre. A questo abominevole e indecente interrogatorio che serviva soltanto come espediente per aggiungere ulteriori calunnie al processo di Maria Antonietta, assistette anche il pittore David.
"Chaumette m'interrogò quindi su mille cose brutte e volgari, di cui mia madre veniva accusata; risposi che tutto ciò non era vero, ma che si trattava soltanto di un'infame calunnia; loro insistettero molto, ma io mi tenni sempre sulla negativa, ch'era d'altronde la verità". Molto tempo dopo la principessa confessò di aver pianto di indignazione.
L'esecuzione di Maria Antonietta non fu resa nota a Madame Royale e a Madame Elisabeth:

"Mia zia ed io ignoravamo la morte di mia madre, benchè avessimo sentito annunciarne la condanna da uno strillone; la speranza, così naturale negli sventurati, ci fece pensare che si fosse salvata.
Ci rifiutavamo di credere ad un abbondo generale; del resto non so ancora come le cose siano andate all’esterno, né se io uscirò mai da questa prigione, sebbene me ne diano la speranza.
Vi furono dei momenti in cui, malgrado la nostra speranza nelle potenze straniere, eravamo molto in ansia per mia madre, vedendo la rabbia di questo sventurato popolo contro tutti noi. Sono rimasta in questo crudele dubbio per un anno e mezzo; soltanto allora appresi la sventura e la morte della mia rispettabile madre.
Apprendemmo dagli strilloni la morte del Duca d’Orleans; fu la sola notizia che ci giunse durante l’inverno."

Rimasta  completamente sola dopo essere stata separata anche dalla zia, la principessa si ritrovò in balia di uomini sconosciuti, spesso ubriachi. La zia materna, Maria Carolina, scrisse in una lettera che la reputazione di sua nipote era ormai compromessa per sempre. Non sapremo mai fino a che punto la principessa fu molestata ma sappiamo da lei stessa che aveva preso l'abitudine di andare a letto vestita per evitare che gli uomini che entravano nella sua stanza, spesso ubriachi, con il pretesto di una perquisizione, la trovassero mezza spogliata.

Il padre dello storico Jules Michelet, che era stato al Tempio commissario della Comune, descriverà così, senza simpatia, a suo figlio la principessa: "La giovane delfina, ad onta del fascino dell'età, interessava poco; più austriaca di sua madre, ella era affatto principessa e armava i suoi sguardi di fierezza e di disprezzo".

“Bellezza celeste” sarà definita invece da un altro testimone. Un medico giacobino che curò Madame Royale al Tempio, il dottor Leclerc, per una dermatosi sulla guancia, lasciò scritto nel suo rapporto: “Sarà un peccato che questa dermatosi le resti dal momento che la figlia di Capeto ha una figura graziosa: un capolavoro della natura!”

Privata di una stufa per l'inverno, di una parola amica, e di qualsivoglia comfort, la principessa, seguendo i consigli della zia, si teneva in allenamento passeggiando nella sua stanza, spazzando e rassettando per non perdere l'agilità delle membra.

Madame Royale prigioniera al Tempio - Edward Matthew Ward
Un giorno nella sua cella entrò un uomo che non le rivolse mai la parola, che dette un'occhiata alla cella e se ne andò subito dopo circondato dai riguardi delle persone che lo avevano seguito fin lì e che lavoravano al Tempio. Madame Royale lasciò scritto che riteneva potesse essere Robespierre. A tal riguardo va ricordato come da un po' di tempo circolasse la voce calunniosa secondo cui Robespierre avrebbe voluto sposare la principessa.

Dopo la caduta di Robespierre, la detenzione per lei si fece meno dura. La prima cosa che fece Barras, l'uomo che fu tra imaggiori artefici del 9 Termidoro, fu quella di accertarsi personalmente delle condizioni di Madame Royale e del piccolo re Luigi XVII. Secondo la storia ufficiale, il bambino in quei mesi si era ammalato gravemente perché le condizioni in cui era stata lasciato furono volutamente disumane. Sulla storia di Luigi XVII ci vorrà un capitolo a parte anche perché densa di punti interrogativi che ancora oggi non trovano risposta. Luigi Carlo ricevette cure e calore umano, almeno in quell'ultimo anno di vita e inizialmente si pensò di far riunire i due fratelli ma per motivi non chiari, ciò non avvenne.

Madame Royale al Tempio in un ritratto a matita realizzato da un membro della Comune
Scrive sempre la principessa nelle sue memorie:

"Barbarie inaudita, di abbandonare un bambino sventurato, di otto anni, solo, chiuso sotto chiave e catenaccio dentro una cella, senz'altro soccorso che quello di un campanello, ch'egli non tirò mai, preferendo mancare di tutto piuttosto che supplicare i suoi persecutori. Mio fratello giaceva in un letto che non veniva rifatto da sei mesi e che non aveva la forza di mettere in ordine: cimici e pulci lo coprivano, i suoi indumenti e la sua persona ne rigurgitavano. I suoi escrementi rimanevano nella cella: egli non poteva gettarli, né mai altra persona glieli gettò via; la finestra non veniva mai aperta e, all'interno, non si poteva resistere, a causa di quell'odore ripugnante. D'indole egli era sporco e pigro e avrebbe potuto avere più cura della sua persona...". L’ultima frase non deve far inorridire, è semplicemente l’osservazione di una ragazzina che conosceva sicuramente i difetti del fratellino ma che non avendo vissuto da vicino il dramma di Luigi Carlo non poteva rendersi conto totalmente della gravità delle situazione in cui era stato lasciato per tanti mesi.

Una miniatura che fu donata a Madame Royale la notte di Natale del 1794, raffigurante il fratello, il piccolo Luigi XVII. Il medaglione porta all'interno un'iscrizione: "Cher par son objet, cher par celui qui le traça, il est pour moi un gage de souvenir et de tendresse".
Madame Royale e il piccolo Luigi XVII prigionieri nella Torre del Tempio - Joseph-Nicolas Robert-Fleury
Il piccolo re mori ufficialmente l'8 giugno 1795; poco dopo la principessa inziò a ricevere le visite della cugina, Stephanie-Louise di Borbone Conti, figlia naturale del principe di Conti e della duchessa di Mazzarino: quasi certamente fu da lei che Maria Teresa apprese la morte di Luigi Carlo. Poco dopo a Stephanie furono interdette le visite a causa della sua incerta identità dovuta al suo essere figlia illegittima. Parallelamente, la Convenzione decise di affiancare a Maria Teresa, la succitata Madame de Chanterenne. La dama si ritrovò davanti ad una ragazza bionda, dalle pelle diafana nonostante la dermatite sulle guance (probabilmente acne giovanile), vestita di un brutto corsetto troppo stretto e di una veste grigia troppo corta. La principessa era seduta accanto alla finestra della sua cella, assorta nella lettura.

La desolazione di Madame Royale
Quando nel 1808 Napoleone ordinò la distruzione del Tempio, alcuni operai trovarono su un muro della stanza in cui era stata rinchiusa la principessa una frase scritta di suo pugno. Gli operari ebbero cura di trascriverla. La scritta diceva: "Maria Teresa Carlotta è la creatura più infelice del mondo. Non può avere notizie di sua madre, né ricongiungersi a lei, anche se lo ha chiesto mille volte. Saluto la mia buona madre che amo tanto ma di cui non posso avere notizia. Oh padre mio, veglia su di me dal cielo. Oh mio Dio, perdona coloro che hanno distrutto la mia famiglia".

Madame de Chanterenne, con la quale Maria Teresa entrò presto in confidenza, ebbe il difficile compito di riferirle la sorte della madre e della zia. Racconta la Chanterenne: "Per un attimo rimase come inebetita... poi sul suo volto comparve una lacrima, quindi fu il diluvio...". Per la prima volta la principessa aveva realizzato di essere rimasta completamente sola al mondo e cadde in uno stato di profonda prostrazione. Con la Chanterenne, che Maria Teresa chiamava familiarmente Renate, dovette fare esercizi di dizione perché, un po' per lo choc e un po' per la solitudine in cui era vissuta fino a quel momento, balbettava e riusciva a stento ad articolare le parole. Con lei poté fare alcune passeggiate nei giardini del Tempio e godere della compagnia del cane Coco (un tempo appartenuto al fratellino) e di una capretta.

Il 10 settembre 1795 Mme de Mackau ottenne di rendere visita a Madame Royale. Maria Teresa accolse con gioia la sua governante che non vedeva da tre anni; a partire da questo giorno, Mme de Mackau si recò al Tempio circa due volte la settimana a passare il pomeriggio con la sua pupilla assieme a Mme de Tourzel e alla figlia di questa, Pauline.

Madame Royale nei giardini del Tempio disegna la facciata della sua prigione. La donna alle sue spalle è Madame de Chanterenne . Dipinto di Edward Matthew Ward (1870). 
Madame Royale nei giardini del Tempio, tiene in braccio il cane Coco. Accanto a lei la capretta che le fu compagna assieme al cagnolino negli ultimi anni di prigionia. Il dipinto, ottocentesco, è copia di un precedente dipinto del 1797. 

Dal “Bollettino del Tempio”del 15 settembre 1795 si può leggere:
“Oggi, la figlia di Luigi XVI ha ricevuto la visita di Madame de Makau la sua vecchia governante, con la quale ha passato una parte della giornata. Questa dama, già avanti con l’età, la cui lunga detenzione ha considerevolmente alterato la sua salute, sembrava sofferente. La figlia di Luigi XVI prese il suo braccio e lo passò nel suo con grazia infinita, e l’aiutò così a camminare. Madame de Makau aveva in mano un grande cappello bianco; voleva servirsene per ripararsi dal sole; la figlia di Luigi XVI, si impadronì del cappello, lo alzò in aria con la mano che aveva libera e lo tenne contro sole in modo che Madame de Makau non soffrisse”.



La liberazione di Madame Royale 

L'arrivo a Basilea di Madame Royale
"Il sottoscritto, sotto gli ordini di Sua Maestà l'Imperatore, dichiara di aver ricevuto da Monsieur Bacher, commissario francese delegato a questo ufficio, la Principessa Maria Teresa figlia di Luigi XVI." Basilea, 26 dicembre 1795 -
Principe di Gavre - Documento in possesso degli Archivi Nazionali, Parigi.
Riscattata dal cugino imperatore in cambio di prigionieri politici, Madame Royale uscì dal Tempio, il giorno del suo diciassettesimo compleanno, il 19 dicembre 1795. Nessuno, eccetto Hue, Madame de Soucy e il cane Coco, poté seguirla. In una lettera che la principessa scrisse ad Huningue sul tavolo di una locanda a Madame de Chanterenne si può leggere:

“Huningue, 25 dicembre, di sera.

Mia cara piccola Renate,

vi amo sempre molto e comincio, malgrado i vostri consigli, a scrivere in alto all’inizio del foglio per dirvi più cose. Sono stata riconosciuta dal primo giorno a Provins. Ah, mia cara Renate, come tutto ciò mi ha fatto sia male che bene! Non potete avere un’idea di come correvano per vedermi.

Alcuni mi chiamavano la loro buona dama, altri la loro buona principessa, alcuni piangevano di gioia e anch’io ne avevo una gran voglia. Il mio povero cuore era molto agitato e rimpiangeva ancora di più la sua patria che amava sempre molto.

Che cambiamento dalla partenza da Parigi!

Non accettano più gli assignats (assegni circolari emessi dal governo rivoluzionario), passata Charenton si mormora ad alta voce contro il governo, si rimpiangono gli antichi padroni e anche me, sfortunata!

Ognuno si affligge della mia partenza. Io sono conosciuta ovunque malgrado le cure di coloro che mi accompagnano ovunque vedo aumentare il mio dolore di lasciare i miei sfortunati compatrioti che fanno mille voti al cielo per la mia felicità.

Ah! Mia cara Renate, se voi sapeste come sono intenerita… che peccato che un simile cambiamento non abbia avuto luogo più presto! Non avrei visto morire tutta la mia famiglia e tante migliaia di innocenti. Ma lasciamo un argomento che mi fa troppo male. I miei compagni di viaggio sono molto onesti.

Il nostro Monsieur Mechain è un buon uomo ma molto pauroso. Teme che gli emigrati vengano a rapirmi o che gli uomini del Terrore mi uccidano! Ce n’è poca di quella gente là, me teme a causa della sua responsabilità. Vuol fare un po’ il padrone ma lo rimetto al suo posto…

Mi ha chiamato qualche volta sua figlia, negli alberghi, o anche “Sophie”, ma io non l’ho mai chiamato che “Monsieur”. Ha dovuto capire che ciò mi dispiaceva. Ma ha potuto risparmiarsi questa pena poiché negli alberghi mi si chiama “Madame” o “Ma Princesse”. Mi si è appena detto che la mia maison è formata e che mi sta aspettando a Bale per portarmi a Vienna.

Giudicate, mia cara Renate, questa donna (Madame de Soucy)… Ha portato con lei suo figlio e la sua cameriera, mentre a me è stata rifiutata una donna per servirmi! Ho provato a chiarire l’intrigo che vi ha impedito di seguirmi. Credo che ciò venga da Madame de M… (Madame de Mackau). Dall’altro lato mi si è detto che l’Imperatore avevo richiesto che non venisse con me nessuna delle persone che erano state al Tempio, e che non si sarebbe fatta alcuna differenza tra voi e gli altri.

Ciò mi affligge molto, perché vi amo e ho bisogno di confidarmi e di affidare il mio cuore al seno di una persona amata, che non è la persona che mi segue, visto che non la conosco abbastanza di dirle tutto ciò che sento. Non ci siete che voi, mia cara Renate, cui posso confidarmi.

Io sono molto triste, c’era solo una persona che avrei voluto avere accanto, e non l’ho più. Pregate Dio per me! Io sono in una posizione molto svantaggiata e molto imbarazzante. Si sta facendo correre la voce che mi faranno sposare tra otto giorni. (…) Vedrò oggi l’ambasciatore di Francia e domani partirò per Bale. Addio, mia cara, buona Renate. Mi ricorderò dei vostri parenti tedeschi”


L'arrivo a Vienna di Madame Royale
Accolta a Vienna con cortesia e curiosità dall'imperatore Francesco e con malcelata freddezza dalla di lui consorte, iniziò per lei una seconda, sia pur dorata, detenzione. Il 19 febbraio 1796, il conte di Fersen che si trovava a Vienna, rivide Madame Royale e lasciò scritto nel suo diario: "Mi si piegarono le ginocchia mentre scendevo le scale. Sentii molta pena e molto piacere insieme e ne fui assai turbato...è alta, ben fatta ma ricorda più Mme Elisabeth che la Regina, il suo viso è più formato ma non è cambiato, è bionda, ha dei piedi graziosi ma cammina male e con i piedi rivolti all’interno, ha grazia e nobiltà. Passando è arrossita, ci ha salutati ed entrando nei suoi appartamenti si è voltata per riguardarci.” Alla principessa era stato proibito di avere confidenze con il conte, ma quando il 6 marzo lo rivide, passandogli accanto gli avrebbe detto a bassa voce: "Sono molto contenta di vedervi al sicuro".
L'imperatore  aveva in mente di far sposare Madame Royale al fratello, l'arciduca Carlo ma la principessa non ne volle sapere, decisa come era a sposare, per onorare le volontà dei genitori, il duca d'Angouleme. Attraverso inchiostro simpatico, corrispondeva di nascosto con lo zio, Luigi XVIII. Gli anni alla corte dei parenti materni furono difficili perchè la principessa oltre che trattata con cortese freddezza, era costantemente sorvegliata. Maria Teresa lasciò scritto alcuni anni dopo: "Non potevo immaginare l'indegna condotta dell'imperatore, che lasciò perire mia madre, sua zia, sul patibolo, senza muovere un dito per salvarla".


Miniatura di Madame Royale - Hofburg di Vienna
Miniatura di Madame Royale - Hofburg di Vienna
Miniatura di Madame Royale - Hofburg di Vienna
Madame Royale in un ritratto eseguito da Heinrich Friedrich Füger a Vienna, poco prima della sua partenza per Mittau
Ritratto di Madame Royale - Heinrich Friedrich Füger.
Terminata anche la "prigionia di Vienna" la principessa poté riunirsi ai suoi parenti francesi soprattutto in vista del suo matrimonio, ormai deciso, con il cugino, il duca d'Angouleme figlio del conte d'Artois. Arrivata a Mittau in Curlandia (odierna Lettonia), dove i reali avevano trovato asilo per interessameto dello zar Paolo I, Maria Teresa fu accolta dallo zio Luigi XVIII.
Abbiamo da lui una descrizione della giovane principessa, in una lettera al fratello Artois: "I ritratti che avete visto di vostra figlia ("figlia" nell'accezione di futura nuora) non possono darvi l'idea precisa del suo aspetto. Non le assomigliano affatto. Assomiglia moltissimo ad entrambi i genitori e li ricorda più o meno entrambi allo stesso modo a seconda di come la si guardi. La sua naturale gaiezza non si è spenta; cerca di allontanare il ricordo di questo tragico capitolo della sua vita e quando ride di cuore è davvero affascinante... è gentile, di buon umore e affettuosa, è modesta senza essere timida, a suo agio ma senza concedere troppa familiarità e innocente come il giorno in cui è venuta al mondo. Insomma, in breve, rivedo in lei l'angelo che abbiamo perduto."

continua.... 

1 commento:

  1. Ciao Laura
    Ottimo film documentario francese. News.
    https://www.youtube.com/watch?time_continue=738&v=Ix_DMC8SC2w

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