martedì 23 maggio 2017

Madame de la Tour du Pin, la vita di una dama d'onore alla corte di Maria Antonietta

Molti memorialisti, quando ormai le glorie di Versailles erano tramontate, rievocavano con nostalgia lo splendore di quella corte vanesia e spensierata: gli abiti di seta e il luccichio dei gioielli, la magnificenza dei palazzi illuminati da enormi lampadari di cristallo, gli splendidi saloni da ballo, il portamento incoparabile delle dame e la galanteria dei gentiluomini.
Tra i tanti fortunati scampati alla furia del Terrore e che poterono rievocare in seguito per iscritto cosa fosse la vita alla corte di Maria Antonietta, spicca il nome di Madame de La Tour du Pin. Il suo bel libro di memorie, "Journal d'une femme de 50 ans", è un'incredibile fonte di notizie sugli eventi e le personalità del suo tempo.

Nata Lucie Henriette Dillon, la contessa (divenuta marchesa nel 1825) fu una delle dame del seguito di Maria Antonietta nonché tra le più valide testimoni oculari dei sanguinosi fatti della rivoluzione.

Era la figlia di un militare di carriera irlandese che comandava un reggimento nell'esercito francese, e di una francese molto bella di nome Lucie de Rothe, anch'essa dama d'onore della regina. Lucie era stata, per un certo periodo, amica inseparabile di Maria Antonietta. Purtroppo morì molto giovane, a soli 31 anni, dopo essersi ammalata di consunzione. In quel periodo la regina mandava sempre qualcuno ad informasi sullo stato di salute della sua amica e quando morì pianse lacrime sincere. Il giorno dopo, però, la regina espresse il desiderio di andare al Théatre Française e fu la duchessa di Duras, una dama di corte che aveva un certo potere sulla regina, a ricordarle con garbo che il giorno prima era morta Mrs Dillon. Maria Antonietta capì la gaffe e arrossì vistosamente. Questa indelicatezza fece il giro di Versailles in poco tempo, arrivando fino alle orecchie di Henriette, che non perdonò alla regina di aver pianto sua madre solo per un giorno.

Diversi parenti di Henriette ricoprivano a corte incarichi importanti e il matrimonio di Henriette con il conte de la Tour du Pin de Gouvernet fu in un certo senso agevolato dai legami della sua famiglia con la corte di Versailles. Il matrimonio fu celebrato nella cappella della reggia ed Henriette ottenne la nomina a dama d'onore. Prima però dovette essere formalmente presentata a corte e la cerimonia di presentazione ci è narrata da lei stessa con arguzia, nelle sue memorie; un passo incredibilmente ricco di dettagli su quella che era tra le cerimonie più frequenti di Versailles. Fu la principessa d'Hénin, sua zia, a condurre Henriette da Monsieur Huart, un maestro di ballo specializzato nel prepare le giovani dame alla presentazione ufficiale.


Il salone dei nobili a Versailles. La camera della Regina si apriva su questo salone dove si svolgevano le presentazioni ufficiali delle dame che venivano accolte a corte.
 "Avevo passato parecchie mattinate con Huart, il mio maestro di danza. Non si potrebbe immaginare nulla di più ridicolo di queste prove della presentazione. Huart, grosso e obeso, pettinato ammirevolmente e tutto incipriato di bianco, con una sottana a sbuffi, rappresentava la Regina e si metteva ritto in fondo al salone. Mi diceva quel che dovevo fare, ora personificando la dama che si presentava, ora tornando al posto della Regina per figurare il momento in cui, essendomi io tolta i guanti ed inchinandomi per baciare il fondo della sua veste, lei faceva il movimento per impedirmelo...In quelle prove nulla veniva dimenticato o trascurato, e si andava avanti per tre o quattro ore. Io portavo lo strascico e il guardinfante bianco dell'abito di corte, ma sopra e sotto indossavo i consueti indumenti da mattina, e tenevo i capelli sollevati in un'acconciatura semplice e fissati con poche spille... Era una vera commedia!
La mia presentazione ebbe luogo finalmente la domenica mattina, dopo la messa. Io ero in “gran Corps”, vale a dire con un corsetto espressamente fatto senza spalline, allacciato da dietro, ma abbastanza stretto perché l’allacciatura larga quattro dita, facesse vedere una camicia della più fina batista; questa camicia aveva delle maniche di 3 dita di lunghezza appena, senza spalline affinché la mia spalla fosse nuda. L’inizio del braccio era ricoperto di tre-quattro file di pizzo che cadevano fino al gomito. Lo scollo era interamente scoperto. Setto o otto file di grossi diamanti che la Regina mi aveva voluto prestare ne nascondevano una parte. Il davanti del corpetto era come allacciato da file di diamanti, ne avevo altri in testa sia come spille che come aigrette. Grazie alle lezioni di Huart, me la cavai bene con le mie tre riverenze. Tolsi e rimisi i guanti, senza troppa goffaggine. Andai, quindi, a ricevere l'abbraccio del Re e dei principi suoi fratelli, del duca di Penthièvre, dei principi di Condé, di Borbone e d'Enghien. Era quella una giornata piena di imbarazzi e di fatica... Si poteva essere certi di attirare gli sguardi di tutta la Corte, di venire passati in esame da tutte le malevolenti. Si era l'oggetto di ogni conversazione della giornata e, quando alla sera si ritornava al gioco, alle sette o alle nove, tutti gli occhi erano sopra di voi."

Henriette ricordava come la moda del tempo rendesse la danza una sorta di tortura: "con gli altissimi tacchi sottili che tenevano il piede sempre costretto nella stessa posizione, cioè costantemente sulle punte; con una crinolina di rigide e pesanti stecche di balena che si allargavano su entrambi i lati; con i capelli acconciati ad un'altezza di almeno trenta centimetri, spruzzati con almeno una libbra di cipria e di pomata, che al minimo movimento ricadeva sulle spalle e coronati da un diadema chiamato pouf, su cui piume, fiori e diamanti erano ammonticchiati in tutti i modi, una costruzione che riusciva a rovinare ogni piacere della danza".

"Una giornata a Versailles con Luigi XVI e Maria Antonietta" -  Joseph Navlet (1821-1889). La tecnica è una miscela di acquarello e tempera.
In poco tempo Henriette si abituò alla vita di una dama, imparando a stare a proprio agio con le sue colleghe. Ogni domenica prendeva posto assieme alle altre nella sala adiacente a quella della camera da letto della regina e aspettava con loro che la cerimonia della "grande toilette" iniziasse. Quando la principessa di Lamballe, seguita dalla prima dama d'onore e dalla responsabile degli abiti entravano nella camera da letto, si capiva che la cerimonia aveva inizio. Poco dopo un domestico in livrea proclamava con voce stentorea "Le service" ponendosi davanti alla porta della camera della regina. Solo a quel punto le dame potevano entrare: "Appena la regina aveva salutato ciascuna di noi nel suo modo incantevole e gentile, la porta veniva riaperta e tutti venivano ammessi. Noi ci mettevamo, in piedi, lungo il lato destro e lungo il lato sinistro della camera in modo da lasciare uno spazio sgombro dinanzi alla porta e al centro della camera stessa. Spesso dovevamo allinearci in due o tre file e a volte stavamo strette perché i nostri guardinfanti occupavano molto spazio".
Le udienze della domenica mattina continuavano fino alle 12,40, quando il domestico in livrea avanzava nuovamente fino alla porta e annunciava: "Il re!". Udito questo annuncio, la regina "andava incontro al sovrano con un'incantevole espressione di gioia e deferenza. Il re chinava il capo a destra e a sinistra e aveva uno scambio di parole con alcune dame di sua conoscenza, mai però con quelle giovani. Aveva la vista talmente bassa che non riconosceva nessuno alla distanza di tre passi. Era un uomo alto cinque piedi e dai sei-sette pollici di statura (1 metro e 81 cm), con le spalle alte, aveva la peggior figura che si fosse potuta vedere, l'aria di un contadino che camminava dondolando dietro il suo aratro, niente di altero e di regale nel contegno. Sempre imbarazzato della sua spada, non sapendo che fare del suo cappello, magnifico nei suoi abiti, anche se a dire il vero non se ne occupava abbastanza, dato che prendeva quello che gli si dava senza guardarlo. Il suo era sempre di stoffa di stagione, molto ricamato, decorato con la stella dello Spirito Santo in diamanti. Non portava il Cordon sopra l'abito ad eccezione della sua festa, i giorni di gala e di grandi cerimonie."

Scena tratta dal film "Jefferson in Paris". La regina è impersonata da Charlotte de Turckheim 


Il corteo domenicale che si formava per raggiungere la cappella era quanto mai articolato; i visitatori stranieri amavano andare a Versailles per assistere, se possibile, al suo passaggio.
Apriva la processione il primo gentiluomo della camera del re, seguito dal capitano delle guardie; poi venivano il re e la regina, che procedevano abbastanza lentamente perché fosse loro possibile scambiare qualche parola con i dignitari della corte. "Spesso la regina conversava con le dame straniere che le erano state presentate in privato, con artisti e letterati. Una sua inclinazione del capo o un suo benevole sorriso venivano accolti con gioia dai destinatari e il loro ricordo era poi gelosamente custodito a garanzia in vista di un possibile bisogno futuro." Dietro il re e la regina avanzavano le dame di corte di posizione elevata; quelle di posizione meno elevata costituivano la retroguardia.
"Camminavamo in file di quattro o cinque, le giovani cercando di stare all'esterno e quelle che erano considerate più alla moda (fra le quali avevo l'onore di essere inclusa) stando molto attente a camminare abbastanza vicine allo schieramento dei cortigiani, per essere in grado di afferrare le cose gentili da loro sussurate mentre passavamo."

Percorrere in tutta la sua lunghezza la Galleria degli Specchi senza inciampare nello strascico della dama precedente richiedeva una considerevole destrezza. Non bisognava mai sollevare i piedi dal pavimento, ma piuttosto scivolarci sopra alla maniera dei cigni sull'acqua, senza mai guardare il pavimento e facendo attenzione nell'evitare i metri e metri di velluto e taffetà e seta che turbinavano dappertutto e minacciavano continuamente di provocare incidenti. Percorso senza intoppi il lungo corridoio, ciascuna delle dame "gettava il suo strascico sul guardinfante e, facendo in modo da esser vista dalla sua cameriera in attesa con una grande borsa di velluto rosso frangiata d'oro, si precipitava in una delle navate laterali della cappella, cercando di trovar posto quanto più vicino possibile alla navata centrale dove erano il re e la regina". La borsa di velluto rosso conteneva un libro da messa e altri oggetti necessari per la funzione religiosa.

Dopo la messa Henriette e le altre dame erano libere di prendere congedo, anche se l'etichetta prescriveva che esse dovessero fare una breve visita ai fratelli e alle zie del re, prima di ritirarsi nei loro appartamenti. Henriette era contenta di far visita al conte d'Artois, giovane e bello: "Si facevano grandi sforzi per essere benviste da lui perché riuscirci era una garanzia di notorietà".

Dopo queste visite d'obbligo le dame potevano riposare nelle loro stanze, sbarazzandosi degli abiti di corte, potevano pranzare e potevano ricevere le visite di parenti e amici. Riposarsi era comunque difficile per via delle acconciature piramidali, allora in voga, ma le dame potevano almeno star sedute e rilassarsi prima che arrivassero le sette di sera, quando iniziavano le partite a carte, in cui la loro presenza era formalmente richiesta.

"Dovevamo essere lì prima delle sette, perché la regina faceva il suo ingresso prima che l'orologio finisse di rintoccare le ore. Accanto alla porta da cui arrivava stazionava uno dei parroci di Versailles, che consegnava a Maria Antonietta una borsa con la quale la regina si aggirava tra gli ospiti, sollecitandoli a fare le loro elemosine con le parole: "Per i poveri, di grazia". Le dame erano tenute a dare una moneta d'argento, i gentiluomini un luigi d'oro. Spesso la piccola questua arrivava a fruttare ben 150 luigi, che il sacerdote distribuiva tra i fedeli più bisognosi della parrocchia."


Il gioco del faraone aVersailles
Un altro punto importante rievocato da Henriette nelle sue memorie, erano le cene che si tenevano alle 21,30. Gli invitati erano rigorosamente selezionati in base alla loro educazione e alla loro capicità di trovarsi ad agio in un'eletta compagnia.
"Tutte le toilettes, tutta l'eleganza, tutto ciò che l'alta società di Parigi poteva offrire in materia di raffinatezza e di fascino si poteva trovare in quelle cene." Queste serate erano il trionfo deilla gastronomia, delle conversazioni brillanti, della grazia sofisticata, e dei corteggiamenti.
L'orchestra suonava, il vino scorreva, si rideva e la vita era dolce. Le chiacchierate si protraevano fino ad oltre la mezzanotte, quando le candele si consumavano e le dame ormai assonnate sbadigliavano dietro i ventali. Solo allora tornavano nelle loro stanze dove schiacciavano un  breve pisolino prima che sorgesse di nuove il sole.

Una cena dal principe di Conti - Michel Barthélemy Olivier (1766)
Scampata alla ghigliottina, Henriette emigrò ad Albany, nello stato di New York durante la dominazione napoleonica.
Quando tornò a Versailles nel 1830, l'oramai anziana dama della regina trovò molto cambiata la reggia, solo passando accanto ad una tubatura rotta che emanava un cattivo odore, la marchesa esclamò: "Ecco  come era la Versailles dei miei tempi!".

"Ah! È molto facile ora" - scrisse Henriette a proposito della Rivoluzione - "anni dopo questi eventi, e quando uno ha visto le conseguenze della debolezza della Corte come semplice spettatore, dire che non si era agito come necessario in quella circostanza! Ma a quel tempo, quando nessuno sapeva neanche lontanamente cosa fosse una rivoluzione, non era una cosa che la mente poteva facilmente recepire in tutti i suoi orrori e prevedere nella sua tragicità".

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