domenica 25 marzo 2018

Il gioiello nella storia, nella moda e nell'arte

Diamonds are a girl's best friends, cantava Marilyn Monroe nel film "Gli uomini preferiscono le bionde". Forse la frase può apparire un po' cinica ma è in fondo abbastanza in linea con la realtà, a giudicare dallo stretto legame instauratosi attraverso i secoli tra persone e gioielli. Un legame che non riguarda solo la sfera ornamentale ma anche l'aspetto sentimentale e simbolico. Abilità artigiana, visione decorativa e sensualità cromatica tra fulgori di gemme, di ori e di smalti. La storia dell'oreficeria è un percorso affascinante e ricco di aneddotica che rivive nel libro "Il gioiello nella storia, nella moda e nell'arte " di Fabrizio Casu dato alle stampe di recente. Un libro appassionante che partendo dagli albori ai giorni nostri, ripercorre la storia del gioiello attraverso fonti storiche, moda e arte, curiosità e personaggi. 
Ho intervistato l'autore, già noto per il saggio "Il lungo viaggio di una chemise, un'epoca attraverso un abito", che parlerà della sua ultima opera, svelando quel poco che basta per stuzzicare la curiosità e l'interesse del lettore.

Ciao Fabrizio, bentornato! Come ogni cosa, anche il gioiello ha subito diverse evoluzioni, rispondendo ai cambiamenti politici e culturali della società. Ti porrò la domanda al contrario: può il gioiello, a sua volta, aver influenzato la società?

In senso lato, si. Se guardiamo a civiltà teocratiche come quella bizantina, castali e rigidamente definite come quella feudale, esteticamente fastose come le monarchie cinquecentesche, non possiamo non notare come l’ornamento prezioso diventi la rappresentazione allegorica del Potere e lo strumento di persuasione (e di giustificazione) della disparità sociale. Solo una ristretta oligarchia (come prescrivono le leggi suntuarie) può abbagliare la folla con la magnificenza dell’oro e delle gemme, poiché questi attributi estetici sono metafora della Luce e quindi espressione di vicinanza alla Divinità.
Tale retaggio culturale lo ritroviamo ancora nel “democratico” XX sec., anche se stemperato. Mi viene in mente un aneddoto su Coco Chanel che, nel pieno delle lotte sindacali degli anni Trenta, si presenta coi suoi sautoir di perle (vere in questo caso!) alle operaie in sciopero. Un modo come un altro per ribadire lo stesso concetto: chi comanda è colui che può (di)mostrarlo.

A livello di oreficeria qual è l’epoca che ti ha colpito di più?

Sono particolarmente affezionato al periodo déco per le audaci sperimentazioni dei materiali, per lo sviluppo della progettualità (il design), perché amo la stilizzazione e soprattutto per il concetto democratico che sottende: con Chanel, Schiaparelli e la Costume Jewellery americana, la bigiotteria (nata nel XVIII secolo) viene finalmente sdoganata e acquisisce dignità artistica.



Il tuo libro non poteva non parlare della gemmoterapia, secondo cui le gemme hanno capacità terapeutiche. Parlaci un po' di questo aspetto e in che modo ha influito sull'arte orafa?

La gemmoterapia è un fenomeno che parte da lontano: il gioiello fin dalla preistoria ha avuto una funzione non solo decorativa o di rappresentazione di status, ma soprattutto apotropaica. Serviva per proteggere dal male, per propiziarsi gli dei. Lo studio delle virtù delle gemme diventa una vera e propria disciplina nel Medioevo (trovando fra i suoi estimatori pontefici e sante), raggiunge l’apice con Marsilio Ficino e il Neoplatonismo (XV secolo) per poi sgonfiarsi nel Secolo dei Lumi e tornare in auge, con la New Age, fra anni 70 e 90 del XX secolo.

Questo blog è dedicato a Maria Antonietta e al suo secolo, il Settecento. Non si può non pensare alla collana dello Scandalo e a quanto essa abbia influito sul declino della monarchia in Francia. E' noto che Maria Antonietta ritenne la collana troppo barocca, in una parola "pacchiana". Che tipo di gioielli e di gemme amava la regina?

La collana di diamanti era effettivamente legata ad un gusto ancora pienamente rococò (forse perfino barocco) con la sua appariscente ridondanza, i suoi pendenti, i suoi motivi a fiocco. Del resto era stata creata per la Du Barry (ma forse sarebbe piaciuta solo ad una Montespan del secolo precedente). Maria Antonietta, nonostante la sua fama di croqueuse de diamants, pare avesse un gusto più sobrio in fatto di ornamenti. Lo possiamo evincere dai suoi molti ritratti informali dove viene appena mostrato qualche giro di perle al collo ed ai polsi (es.“Maria Antonietta con la rosa”, “Maria Antonietta col libro” di Vigée Lebrun). Del resto il gusto per la semplicità è trasversale nelle scelte della regina (il modo di vivere, di abitare, di rapportarsi agli altri, di vestire) ed è nettamente evidente dalla fine degli anni ‘70 del Settecento.

La Collana dello Scandalo in un disegno dell'epoca

Qual è l'epoca più fastosa e quale quella più sobria dell'arte orafa?

Per quanto riguarda l’arte orafa, l’epoca più fastosa, secondo me, è senza ombra di dubbio il Cinquecento (con i suoi gioielli micro-sculture manieristi e gli strepitosi abiti gioiello). A confronto, qualsiasi altro ornamento impallidisce: persino il famoso Collier de la reine. L’epoca più sobria, credo, gli anni 90 del XX secolo: del resto in quel periodo si celebrava il Minimalismo. Mi vengono in mente certe pubblicità Damiani (con Isabella Rossellini testimonial) dove gioielli discreti, a montatura invisibile, diventano appena dei punti luce che illuminano strategicamente il collo, i lobi o le mani di chi li porta. L’essenza del lusso è quindi la Luce, simbolicamente espressa dal “punto luce” (… e con quest’immagine torniamo da dove siamo partiti). 

Per concludere ti chiederò a chi è rivolto questo libro e se può essere una lettura godibile per tutti, anche per un pubblico non di nicchia.

Attraverso il percorso promozionale de IL LUNGO VIAGGIO DI UNA CHEMISE, mi sono reso conto che il pubblico di un libro così specifico può essere quanto mai vario ed eterogeneo: fashion victims, monarchici, esperti ed appassionati di Storia, Storia del Costume, Storia dell’Arte, fan di Maria Antonietta, femministe, insegnanti, curatori museali, allievi di ogni ordine e grado di scuola, pensionati “curiosi”...
E questo è successo, io credo, perché partendo dal MICRO (l’analisi di un indumento) il saggio si catapultava continuamente nel MACRO (l’analisi del tempo) percorrendo diversi piani (quello esistenziale/biografico, quello sociale, quello estetico, quello storico politico, quello artistico/culturale). 
E’ stato così che un testo settoriale è diventato trasversale, acquisendo una propria autonomia ed identità perfino rispetto al suo stesso genere letterario (la saggistica). Da pura descrizione è diventato “espressione” … Questo però è avvenuto non solo grazie a me, ma grazie a tutti coloro (e sono tanti!) che hanno voluto arricchirlo di sovra-significati (va detto per altro che la chemise si prestava molto a questo tipo di trasfigurazione). 
La sorpresa più affascinante è stata appunto il fatto di capire che la “mia” storia poteva essere riletta in infiniti modi da persone infinitamente diverse. 
Ecco, io mi auguro che capiti lo stesso destino al mio nuovo libro e che la gente capisca che anche qualcosa di effimero come un ornamento è a tutti gli effetti un’espressione sociale e in quanto tale, degna di interesse e di analisi, non solo da parte degli “esperti”, ma soprattutto da parte della collettività. Un minuscolo anello egiziano con l’incisione di uno scarabeo, per esempio, può farci capire, parafrasando un noto quadro di Matisse, “da dove veniamo, chi siamo, dove stiamo andando”. 


Ringrazio Fabrizio Casu per la disponibilità

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